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Cinquant'anni, poco piú poco meno, dopo l'ode pariniana, Giacomo Leopardi compose la canzone per le aspettate nozze della sorella Paolina. Che mutamento! La diversità dei tempi e degli uomini, delle ispirazioni e delle aspirazioni, risulta dalla diversità non pur del contenuto ma dell'intonazione e del metro. Non piú metastasiani ottonari, ma endecasillabi alfieriani; non piú strofette danzanti, ma la stanza della canzone togata con lo strascico; non piú musica, ma eloquenza. Piú che poesia, cotesta del Leopardi è una concione col suo bravo esordio in un periodo a tre membri e piú incisi, e col suo bravo episodio storico in fine; episodio che anche è confermazione; confermazione che anche è perorazione o commozione degli affetti, perché è da vero poesia: ritoccato a pena il seno della madre terra classica, storia o poesia greca e romana, il povero Anteo di Recanati rimbalza.
Virginia, a te la molle . . . . . .
ecc. ecc.; perché spero che tutti i lettori italiani abbiano a memoria quelle due stanze.
Ma, tornando alla canzone intiera, che gravità, che contegno! Par di ritrovarsi con un gruppo di carbonari come va. Che grandi bianche cravatte! che baveri! che cappelli! che ciuffi, e che moschettoni! Ed ecco, tra le classiche reminiscenze di Orazio (Virtú viva sprezziam ecc.) e di Anacreonte (al dolce raggio Delle pupille vostre il ferro e il foco Domar fu dato), tra i fremiti convulsi del dialogismo alfieriano (o miseri o codardi Figliuoli avrai. Miseri eleggi ecc.), tra le severe armonie della piú peregrina della piú diamantina della piú finamente martellata elocuzione poetica che da gran pezzo avesse udito l'Italia, ecco svolazzare al vento sul dirupo una punta della fusciacca nera di Manfredo e di lord Byron:
...D'amor digiuna
Siede l'alma di quello a cui nel petto
Non si rallegra il cor quando a tenzone
Scendono i venti, e quando nembi aduna
L'olimpo, e fiede le montagne il rombo
Della procella.
Nel 1827 o 28 non si può fare a meno d'un po' di romanticismo, anche essendo Giacomo Leopardi. E, pur sedendo al banchetto nuziale, bisogna far giuramento di salvare la patria, e,—pst, pst, chiudete bene le porte—di ammazzare il tiranno. Va bene, e ci sto anch'io, nobili padri! Vogliamo cominciare la rivoluzione col coro di Donna Caritea? Oh meglio, meglio da vero che vendere l'orvietano di frasi sgrammaticate dai palchi scenici di qualunque specie a un popolo che non vuol piú saper nulla di grandezza e di patria!