La chiesa, così come si presentava a' visitatori, dopo i primi restauri, offriva veramente largo campo all'ammirazione. L'avv. Trovanelli, nel Cittadino del 13 giugno 1897, dando conto della gita carducciana, la descrive così:
«È di forma basilicale, a tre navate, divise da due file di cinque colonne e terminanti con un'abside ciascuna. Al termine però della navata centrale s'inalza il presbiterio, a cui si accede per una scala, mentre, al di sotto, si apre una cripta di stile consimile.... Ma l'abside della navata destra è ancora chiusa, essendo stata guasta da tempo per costruirvi la sagrestia, e aspetta d'esser restituita alla condizione antica. Così manca il campanile, che fu atterrato, perchè minacciava. Le colonne della chiesa, grosse e rotonde, a strati di mattoni e di conci, sono coronate da capitelli che formano la parte più importante e caratteristica dello storico monumento. Sono — scrive il cav. Santarelli — scolpiti in pietra locale, alcuni cubiformi, altri a dadi, con faccie smussate, variamente ornate con foglie convenzionali, disegni geometrici, intrecci bizzarri di tenie, figure grottesche di mostri ed animali, il tutto a rilievo molto basso e rude.... Certe figure, piuttosto di scimiotti che d'uomini, una specie d'ippogrifo, un orribile granchio di mare fermano specialmente l'attenzione. La semplicità e austerità dell'ossatura della chiesa contrastano con la goffaggine degli ornati; l'una ricorda ancora che in Italia avevano fiorito le arti; gli altri attestano un periodo di grande oscurità e decadenza....»
Il qual contrasto fu argomento, della conversazione tra il Poeta e i suoi compagni, e la contessa Pasolini specialmente. Que' capitelli apparvero al Carducci ribellione alla purezza dell'arte greca, quasi che il sentimento nuovo cristiano e mistico avesse voluto chieder perdono a Dio della grandezza classica e pagana; il che lo trasse a parlare della barbarie, ed a ricordare come, ne' primi secoli del Cristianesimo, si raccogliessero sotto le ali della Chiesa tutti i piccioli mortali, le anime semplici ed avvilite, lungi al fragor delle armi e delle violenze, mentre a poco a poco si andava creando lo spirito e il sentimento d'una nuova associazione: il Comune. Fu ricordata anche l'ipotesi che Dante fosse stato al castello polentano e avesse pregato nella piccola chiesa. Nessun documento lo attesta; ma è certo che l'Alighieri fu ospite de' Polentani in Ravenna, e probabilmente anche si recò a Forlì, presso Scarpetta degli Ordelaffi; onde non è inverosimile che egli, così innamorato visitatore de' luoghi e delle terre italiane, abbia cercato pace e ristoro alle sventure sue anche aggirandosi sui colli di Bertinoro e Polenta, in conspetto del mare. Il Carducci lodò i restauri (che erano stati fatti sotto la direzione del prof. Faccioli) e riconobbe la necessità di completarli, con l'aprir l'abside della navata destra, ricostruire il campanile, prosciugare la cripta; aggiungendo che, a lavoro compiuto, un'epigrafe latina avrebbe dovuto indicare succintamente quanto si fosse operato e in qual tempo. E nell'albo de' visitatori, religiosamente conservato d'allora in poi, scrisse le seguenti parole: «6 giugno 1897. Giosue Carducci rivide con grande piacere e soddisfazione l'antica chiesa di Polenta restaurata».
Non mancò alla piacevole gita il complemento, ormai consueto, delle istantanee fotografiche, per opera di Pierino Pasolini-Zanelli, giovinetto bello e lieto e di forte ingegno, unico figlio ormai rimasto (dopo la morte di Paolo e Tiberio) alla contessa Silvia ed al conte Giuseppe; i quali, di lì a un anno, dovevano pur troppo sentirsi crudelmente strappare di mezzo al cuore anche cotesto ultimo figliuolo adorato.
Su 'l tramonto, la comitiva riprese la via per Lizzano, recando seco nell'anima i ricordi e le immagini d'un giorno pieno di pensiero e di affetti. Scendendo da que' colli incantati, il Carducci, mentre il sole illuminava di rossi bagliori tutto l'occidente, fu preso dalla dolce malinconia dell'ora e dalla poesia de' luoghi, la quale evidentemente passava e avea rispondenza nell'anima sua. A Lizzano, poi, una schietta giocondità riprese impèro nei cuori: i gitanti furono convitati a pranzo con signorile ed affabile cortesia, e la banda di Cesena suonò nel giardino, e fuochi e luminarie fantastiche rallegrarono il calar delle ombre oscure di quella dolce sera primaverile, mentre il Carducci, divenuto quasi infantilmente lieto, accoglieva commosso l'ammirazione un po' rozza, ma sincera ed affettuosa, di que' sonatori e di que' popolani romagnoli.
L'eco della indimenticabile giornata si ripercosse subito ed a lungo in Romagna e fuori, fino a Roma, donde nel luglio di quello stesso anno il ministero dei culti mandò spontaneamente mille lire in aiuto delle spese per nuovi ed ultimi restauri del tempio; e il 15 di settembre usciva nell'Italia di Roma, diretta dal conte Domenico Gnoli, quella che fu il frutto più bello ed insigne della visita carducciana: vo' dire l'Ode alla chiesa di Polenta. Che il 9 ottobre uscì poi in elegantissimo opuscolo, illustrato riccamente con fototipie della chiesa, ed èdito dalla ditta Zanichelli. Inutile qui ricordare le discussioni lunghe e vivaci, e le molte voci d'ammirazione, d'assentimento, di critica cui la bellissima lirica diè luogo; basti che da essa derivò un risveglio nuovo d'amore e per il grande Poeta e per la «chiesetta del suo canto»: onde i lavori per l'assetto definitivo di quest'ultima, invocati dal Carducci stesso ne' suoi versi, e confortati d'aiuti pecuniarii dal governo, dalla regina d'Italia, da amministrazioni pubbliche (tra cui la provincia di Forlì) e da cittadini privati, furono ripresi, con la ricostruzione del campanile, nel settembre del 1898. Resta, ancor oggi che noi scriviamo, da aprire la terza ed ultima abside; ed è da augurare che un ultimo atto di buona volontà compia la bella opera d'arte e soddisfi interamente il voto dell'immortale cantore.
Il consiglio del Comune di Bertinoro volle poi manifestare la riconoscenza sua al Poeta che tanta nominanza aveva aggiunta alla città, nel cui territorio è s. Donato di Polenta; e nella seduta plenaria del 23 marzo 1898, su proposta del consigliere ing. Giacomo Fabbri, elesse il Carducci, con unanime consenso di voti, a cittadino onorario. Alla comunicazione ufficiale, fattagliene con lettera del 20 aprile, il Poeta rispose il 23 dello stesso mese, dicendo d'aver ricevuta la notizia con profondo sentimento di gratitudine, mescolata di meraviglia e di tenerezza. «Di meraviglia — spiegò — perocchè io non reputava mai aver fatto cosa da meritare tanto; di tenerezza, perocchè da quando lessi il nome della vostra terra leggiadra nel poema di Dante, la mia fantasia errò spesso intorno al colle che fu seggio di virtù e di pregio negli antichi giorni che tutto il popolo era cavaliere».
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Ma il ciclo degli avvenimenti e delle memorie carducciane attorno a Polenta non era ancora conchiuso. Il 21 luglio di quel medesimo anno, verso le ore sedici, un fulmine atterrava e schiantava miseramente il solitario cipresso cui il Carducci avea dato, co' suoi versi, il suggello della fama; onde nacque nel pensiero di molti, e specialmente dei Pasolini-Zanelli, la gentile idea di ripiantare un giovine cipresso nuovo, che sostituisse l'antico. Alla quale operazione si volle presente ed auspicante il Poeta; e questi, accogliendo volentieri l'invito, giunse a Cesena la sera del 24 ottobre, e salì subito alla villa di Lizzano.
La mattina seguente Egli ed i suoi ospiti, accompagnati dal marchese Alessandro Albicini e dall'avv. Trovanelli, si condussero a Fornò o Fornovo, tra Forlì e Forlimpopoli, ad ammirarvi uno dei più bei monumenti quattrocenteschi che si conservino in questa regione: la magnifica chiesa rotonda, ciò è, che edificata nel 1450 da Pietro Bianco da Durazzo, corsaro ridottosi a penitenza, con la sua architettura, con le porte ogivali, co'l bellissimo sepolcro del fondatore, con gli ornati, le figure, gli affreschi, sorge qual gentilissimo fiore dell'arte italiana tra il verde della pianura romagnola. Tornando da quella gita, fu fatta una sosta a Forlimpopoli, per visitarvi la Scuola Normale che v'era stata instituita sopra tutto per l'interessamento del Carducci, e della quale era, ed è tuttavia, direttore egregio il prof. Valfredo, fratello del Poeta. Nel cuore di quest'ultimo rifiorivano di certo i ricordi di altre sue visite a Forlimpopoli, avvenute nell' '87 (quando primieramente gli fu parlato della necessità d'una scuola normale in quella cittadina dal suo discepolo Raffaele Righi, oggi professore di storia nel Liceo di Ravenna); nell' '89 (quando già la detta scuola era stata eretta dal Ministero dell'istruzione, anche per le sollecitazioni di Francesco Torraca, provveditore agli studî in Forlì); in fine nel '94, dopo il celebre discorso di s. Marino. Gli alunni della scuola vollero ora amorosamente stringersi attorno al visitatore illustre, acclamandolo a lungo; e l'alunno Virgilio Benini di Meldola disse qualche parola di commosso reverente affetto, a cui rispose il Poeta stimolando que' futuri maestri ad educare a nobili sensi la gioventù italiana.