Il vecchio «cipresso di Francesca».

A Lizzano.

Nel pomeriggio del 26 ottobre, finalmente, dopo esser tornati a Polenta, ed aver veduto, con molto compiacimento, gl'iniziati lavori del «campanil risorto», il Carducci e i suoi ospiti, circondati d'una schiera d'amici e di popolani (v'erano il su detto marchese Albicini, l'avv. Trovanelli, il pittore Gianfanti), salirono il colle di Conzano, e sentirono in cuore la letizia dell'accomandare al culto ed alla memoria de' posteri, riparando all'ingiuria della natura, il gracile cipressetto co'l quale incominciava un ciclo di tradizioni nuove innestate sulle tradizioni antiche. Erano ad attenderli il proprietario della villa lì presso, conte Stefano Rusconi, l'ing. Aristide Fantini (i quali tutto avean provveduto per la piantagione dell'alberello), e il prof. Valfredo Carducci con le sue gentili figliuole. Nella larga fossa, già aperta sul culmine del poggio, fu costrutta una specie di piccola arca, entro la quale venne murato un tubetto di ferro contenente una pergamena con le parole: «26 ottobre 1898. Ripiantato l'antico cipresso dell'ode a Polenta»; sotto le quali il poeta avea scritto di sua mano: «Quod bonum felix faustumque sit». E il Carducci stesso, con la cazzuola del muratore, gittò sulle radici del cipresso un pugno di terra.

Da Conzano la comitiva si recò poi a Bertinoro, dove il Consiglio comunale, solennemente congregato, intendeva ricevere con tutti gli onori il suo nuovo concittadino di elezione. La piccola città, arrampicata leggiadramente sulle alture del bellissimo colle, parea tutta rallegrarsi di quella festa intima e gentile; le vie erano affollate di gente, le bandiere sventolavano alle finestre ed a' balconi, la banda suonava nella maggior piazza. Nella sala del Consiglio, gremita di consiglieri e di pubblico, erano allestiti i seggi pe'l Carducci e per chi l'accompagnava; sopra un tavolino da presso era, mimato in bellissima pergamena, il diploma latino della cittadinanza bertinorese al Poeta. Al quale il sindaco Farini presentò il diploma con un discorso veramente bello nella sua sobrietà. «Le parole dell'epigrafe — disse fra le altre cose il Farini — furono nella antica lingua del Lazio dettate da un distinto vostro alunno, il prof. cav. Paolo Amaducci, bertinorese, che nomino qui a cagione di onore, e furono vergate nella pergamena e illustrate da fregi da un altro vostro ammiratore, che ha l'anima d'artista, il prof. Agostino Severi della Scuola Tecnica di Cesena. La cornice che inquadra la pergamena deve poi riuscirvi più cara in causa di un pregio singolare. Il cipresso, che voi cantaste nell'ode alla chiesa di Polenta, fu nel pomeriggio del 21 luglio decorso colpito ed atterrato da un fulmine. Ebbene, il legno di questa cornice è tratto da quel ceppo! Si direbbe quasi che la natura, per unirsi alle acclamazioni del popolo, abbia detto al cipresso: Tu, che avesti il vanto di essere cantato dal maggior poeta, hai vissuto abbastanza! Colpito dal sacro fuoco del cielo, muori di morte gloriosa: spogliati, e cedi le tue spoglie per onorare il poeta che ti cantò!»

Il Carducci, profondamente commosso, rispose con una felicissima improvvisazione; nè fu possibile a' presenti, tutti assorti nell'ascoltare, il raccoglierne le testuali parole. Pili tardi Egli, cedendo alle preghiere degli amici, non isdegnò di ricostruire il suo breve discorso, che qui riportiamo dal giornale «Il Cittadino» del 27 novembre 1898:

«Signor sindaco,
signori consiglieri, cari cittadini,