«Io, componendo i versi su la chiesa di Polenta, obbedii a un segreto mio genio, il quale, ovunque la terra italiana mostra le sue bellezze, ovunque la storia italiana parla con le sue memorie, mi comanda di accogliere quelle memorie, di rendere quelle bellezze con la parola ornata ed alata. Voi troppo superior premio voleste concedere a' miei versi, e tale che mi è di massimo onore e di tenero e cordiale compiacimento. Onore e compiacimento: perchè Voi, o signori di Bertinoro, mostraste di saper apprezzare la poesia nel modo più degno, quando riconosceste l'opera, quale a voi parve che fosse, del poeta, chiamandolo a far parte della città, conferendogli la fratellanza vostra: «Tu dicesti della patria cose non indegne, tu sii de' nostri». — Ed è grande onore appartenere a questa città, di cui sì belle sono le memorie nella cortesia dei Comuni, sì nobili le traccie nelle vicende della cultura italiana, sì raro e dignitoso il riserbo.
«Con isquisitezza poi di pensieri voleste adornare il vostro benefizio, commettendo che l'atto consigliare col quale mi conferiste la vostra onorata cittadinanza mi fosse rappresentato in sì solenne e parca forma latina, pensata da uno de' vostri, con sì prezioso adornamento di arte nostra italiana, lavorato da altro de' vostri: verace testimonianza che nella vostra terra gentile è più che mai verde, insieme con l'idea del bene, il fiore dell'arte e della parola. Grazie di tutto cuore vi siano rese: tanto più profonda e cordiale è la mia gratitudine, o cittadini, quanto voi con questo vostro benefizio faceste più saldo e più intimo il vincolo di affetto che mi lega fin da' miei giovani anni a questa gloriosa Romagna».
Il 27 ottobre, dopo aver ammirati, nella insigne biblioteca malatestiana di Cesena, i codici più pregevoli per antichità e per vaghezza di miniature, e nella pinacoteca municipale i bei quadri del Francia, del Sassoferrato, dell'Aleotti, Giosue Carducci facea ritorno a Bologna; e lo accompagnavano la gratitudine e i voti di tanti cuori che Egli aveva ormai a sè legati, indissolubilmente.
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Dalla fine del '98 in poi parve addensarsi sul capo glorioso del Poeta e su quello degli amici suoi, una nube di dolori e di sciagure. Il 2 decembre di quell'anno moriva a Livorno, quasi a un tratto ed in florida età, il prof. Carlo Bevilacqua, suo genero, lasciando la vedova con cinque figli (ed è risaputo che il Carducci corse a prendere la sua diletta Bice e i nipotini, e li collocò vicino a sè in Bologna, provvedendo ad essi come meglio gli fu possibile); il 28 dello stesso mese il conte Pierino Pasolini-Zanelli, colto da una strana improvvisa malattia, cedea giovanissimo alla violenza del male, sì come fiore reciso d'un colpo di su lo stelo, lasciando nello strazio e nel vuoto d'una solitudine angosciosa i genitori, ormai orbati di tutti i figli (e il Poeta ne fu profondamente percosso e addolorato); infine, la mattina del 25 settembre 1899, Giosue Carducci medesimo veniva assalito da quel male onde rimase impedito nel braccio e nella mano destra.
Ma sotto le ali gelide della sventura i cuori si raccolsero e si strinsero insieme: e cominciò così tra il Carducci e la famiglia Pasolini il secondo periodo della loro amicizia, che il dolore comune avea resa più malinconicamente dolce, più tenera, più intensa che mai. E quando, nel settembre del 1901, la pietà della madre e del padre ebbe eretto nel cimitero di Faenza al povero Pierino quello squisito ricordo marmoreo che uscì dallo scalpello dello scultore Ierace, Giosue Carducci dettò per l'erma funeraria le parole dolenti: «Ci fu mostrato soltanto perchè la vita con lui paresse un dono benigno di Dio, e fosse poi sconsolato deserto il vivere senza».
Il 19 maggio del 1900 Egli e la signora Elvira, sua consorte, invitati affettuosamente, giungevano a Lizzano; ed ivi passavano di poi circa due mesi, in quella villa dove gli ospiti loro non osavano rimetter piede dopo la scomparsa del figlio. Ma quasi tutti i giorni il Poeta discendeva a Cesena, al palazzo Pasolini, per divider la vita insieme con gli amici: e come Egli s'era assunto il còmpito pietoso di ricondurre gl'infelicissimi genitori su 'l colle sereno dove tutto parlava del giovinetto perduto, e di raddolcire co'l vigile cuore l'inevitabile amarezza dei ricordi, così avvenne che un giorno Egli e gli amici salirono a piangere insieme a Lizzano.
D'allora in poi, quasi ogni anno il Poeta fu ospite gradito, venerato, idolatrato dei Pasolini, nella primavera e nell'autunno, un po' a Faenza ed a Cesena, e molto a Lizzano; dove, tra le aure balsamiche e il profumo de' fiori del dolcissimo colle, suo conforto e sua gioia, la fibra robusta di Lui lottò vigorosamente contro i progressi lenti ma inesorabili dell'infermità. Durante que' soggiorni, molte gite Egli fece in carrozza od in automobile, accompagnato sempre da qualcuno de' suoi ospiti, visitando partitamente, può dirsi, presso che tutta la Romagna; e sia che da Faenza si spingesse tra i poggi fiorenti della vicina Toscana, o, lungo il duplice infinito filare de' pioppi del canal naviglio, fin verso l'Adriatico, là dove
«ondeggiante di canape è l'infido
piano che sfugge al curvo Reno e al Po»;