sia che da Lizzano risalisse più volte la conica altura di Bertinoro e il «balcon di poggi» di Polenta; sia, infine, che si conducesse lunghesso il corso del Savio, a visitar le allegre borgate limitrofe e l'immensa distesa del

«. . . . . . . . dolce

pian cui sovrasta fino al mar Cesena»;

dovunque il paesaggio romagnolo fu il sorriso amoroso e gentile della natura a Lui, che serenamente aspettava la grande ora. Così trovava pace e ristoro ne' luoghi ameni che avea legati a sè con forte vincolo di affetto e di gratitudine; il che si compiacea affermare e ripetere di sovente Egli stesso, attribuendo graziosamente alla Romagna i versi della Leggenda di Teodorico:

«. . . . . ed il bel verde paese

che da lui conquiso fu».

Il popolo di questa regione, al quale il Carducci divenne quasi familiare, sebbene non potesse comprendere in tutte le sue parti ed in tutta la sua profondità l'opera carducciana, mostrò sempre di sentire la grandezza di Lui, e subì il fascino del suo genio; e dovunque Ei passasse, si manifestava spontanea l'affinità d'animo tra quel forte etrusco e questi romagnoli impetuosi, i quali l'impeto del cuore sapean contenere questa volta, per un senso di delicatezza che si esprime, non di rado, dagli uomini semplici e rudi, entro i confini del più profondo rispetto: onde non acclamazioni troppo rumorose, nè ostentazione di festeggiamenti, sì bene accoglienze schiette e modeste, ed un muovergli incontro quasi timidamente, un salutar reverente, un guardarlo fiso ed a lungo non tanto per curiosità quanto per ammirazione commista di tenerezza.

Il 9 giugno 1900, adunque, il Poeta fu a Montiano, ove ammirò il castello già de' Malatesta (oggi del principe Spada); l'undici del mese stesso si recò a Savignano, ove, ricevuto dal consiglio direttivo dell'accademia de' Filopatridi, della quale era presidente, osservò la ricchissima biblioteca, e d'onde fu invitato dal marchese Giuseppe di Bagno a salire fino alla sua magnifica villa; il 9 giugno 1902 si condusse al grazioso paese di Longiano, ed ossequiato dal sindaco dott. Luigi Turchi e dalla intera giunta comunale, visitò il castello e la biblioteca, fermando la sua attenzione specialmente su le opere dell'umanista Fausto da Longiano; il 28 maggio 1903 andò da Faenza a Modigliana, e quivi, accolto con molta festa dal sindaco Enrico Fiorentini, dagli assessori del Comune, da' buoni ed ospitali Modiglianesi, visitò la casa di don Giovanni Verità (il prete liberale che salvò Garibaldi), e nell'albo dei documenti del risorgimento scrisse con mano malferma: «Tremante di commozione e di reverenza segna presso questi sacri documenti il suo nome l'umile italiano Giosue Carducci»; il primo di giugno del medesimo anno fu al Borello, presso a Cesena; nel giugno del 1904 visitò Cervia (facendo un'escursione nella prossima pineta) e Rimini, ove ammirò di nuovo il magnifico tempio malatestiano, trionfo dell'arte e dell'amore, esempio insuperato dell'Umanesimo nostro; nell'autunno del 1905 si recò a Cesenatico, e rivide Cervia, Montiano, Carpineta; infine, nella primavera del 1906, rivide, ahimè per l'ultima volta!, Bertinoro e la sua diletta chiesa di s. Donato di Polenta.

Non è da credere, però, che in cotali gite consistessero le sole occupazioni sue, nè che la villeggiatura di Lizzano fosse per Lui di riposo continuo ed assoluto.

Talvolta, è vero, Ei si godeva i cari ozî passeggiando, fidato al braccio di qualcuno degli ospiti o degli amici, per i vialetti freschi del parco, o conversava co' suoi compagni nella quiete raccolta de' luoghi, od ascoltava silenzioso le voci misteriose della natura; anche è vero che spesso, al primo chiarore dell'alba, dalla sua camera passava nell'ampia e ridente terrazza ivi presso (alla quale è rimasto il nome di terrazza del Carducci), e contemplava a lungo, assiso sur una poltrona, la veduta stupenda del pian di Cesena, assistendo beato al sempre nuovo spettacolo del sorger del sole dalle acque del mare lontano: ma attendeva eziandio al disbrigo, come oggi si dice, della sua corrispondenza, e persisteva tenacemente nel volersi occupare di studî.