Il Poeta, in cui era sempre pronto il pensiero, sempre vigile la memoria (e ben se lo sa chi lo vide scattare ad un cenno, ad un ricordo, ad una parola che lo commovesse), parlava ormai, specie negli ultimi due anni, tronco e breve; ascoltava più che non dicesse: sì che, pur nell'intimità dell'amicizia, alle conversazioni animatissime d'una volta supplivano in gran parte le letture. Aveva i suoi autori preferiti, de' quali sembrava non saziarsi mai, e co' quali ritornava a dilettazioni antiche, rivivendo così dolcemente nel passato. Non di rado, adunque, seduto sull'erba fresca de' prati o all'ombra delle querci che circondano la capanna rustica in conspetto dell'Adriatico, ascoltò la lettura, fattagli amorosamente dalla contessa Silvia o da altri, di classici italiani e stranieri, o dettò lettere in risposta alle moltissime che anche lassù a Lizzano, come sempre e dovunque, gli pervenivano. Così, per esempio, nel giugno 1904 rilesse non pochi libri, tra cui le opere minori di Dante, e rivide le bozze di stampa di qualche suo volume delle Opere, e compiè lo studio su la Canzone delle tre donne dell'Alighieri, dedicato poi a Cesare Zanichelli per le nozze di sua figlia Luisa; e nell'autunno del 1906, in quello che pur troppo fu l'ultimo suo soggiorno nella campagna cesenate, volle riudire alcune novelle del Boccaccio (quelle, sopra tutte, che, come ser Ciapelletto e frate Cipolla, sono una specie di anticipazione volterriana), e taluni drammi dello Shakespeare. Interrogato quali d'essi drammi preferisse (tolgo queste notizie dal Cittadino del 28 ottobre 1906), rispose d'aver fermata la sua ammirazione segnatamente su 'l Re Lear, su 'l Macbeth, su 'l Giulio Cesare; del Coriolano, poi, aggiunse d'essersi sentito così preso, da giovine, che ne tentò la traduzione in versi, giungendo fino alla metà del secondo atto. Volle fossero riletti anche il Mercante di Venezia, la Tempesta, l'Enrico VIII, tutti nella non bella, ma a bastanza fedele traduzione del Rusconi; il Cymbelino, invece, fu letto nella versione del Càrcano, de' brutti versi del quale volle rifarsi passando poi subito all'Agide di Vittorio Alfieri.
Talvolta anche, nella più stretta e dolce familiarità, «tra stuol d'amici intemerato e casto», Egli, così impaziente delle adulazioni e così schivo degl'incensamenti del mondo esteriore, non isgradiva di sentir leggere alcuna delle sue poesie o delle sue prose, che gli facessero risuonare nell'anima l'eco di tempi, di luoghi e di battaglie lontane. Accompagnava allora la bella armonia con i gesti del braccio e con l'accennare dell'indice della piccola mano, a guisa di chi dirige un'orchestra; e se i versi erano patriottici o civili, s'illuminava quasi d'un raggio divino, e sui lineamenti del volto passavano, come su terso specchio, i segni della commozione interna: scuoteva la testa leonina, ravvolgeva nervosamente la mano entro l'ampia arruffata capigliatura, lampeggiava negli occhi, mentre non di rado due grosse lagrime gli scendevano lente giù per le gote. Così lo abbiamo visto durante la recitazione del Piemonte, o del Cadore, o dell'epodo per Monti e Tognetti, o della divina ode Alle fonti del Clitumno; nè mai il sublime spettacolo si cancellerà dalla nostra mente e dal nostro cuore!
Uno de' conforti più efficaci fu a Lui, inoltre, durante la sua permanenza presso gli amici, la musica. Ciò parrà inverosimile a chi ricorda quel ch'Egli nel 1882 aveva scritto nella prefazione ai Giambi ed Epodi (Opere, IV, p. 157): «Quanto alla musica, io lascio sonare; non me ne intendo; e più sonan forte, più mi piace: sono tedesco»; le quali parole furono piuttosto una tal quale ostentazione bonaria di ruvidezza esteriore, che non l'espressione esatta della sua attitudine ad intendere l'arte divina dei suoni. Certo, mentre così diceva, non mentiva a sè nè agli altri, da poi che la sincerità fu la norma costante di tutta la vita sua: ma è un fatto che dovette parlare senza conoscersi, senza, ciò è, sapere qual rispondenza alle voci misteriose e profonde della musica avrebbe potuto avere l'anima sua, quand'ella vi fosse stata predisposta ed educata. Al che molto gli giovò la compagnia della contessa Silvia Pasolini, musicista e pianista veramente eletta; onde a Lui avvenne come a tutti coloro che primieramente s'avviano per i sentieri ignoti d'Euterpe: i quali, udendo in principio la successione e la fusione dei suoni, non se ne sanno render conto, e trovansi come disorientati e smarriti; ma quando vi abbiano assuefatto l'orecchio ed educato lo spirito, sentono sorgere da' suoni forme nuove di pensiero e di sentimento, le quali integrano, per così dire, il linguaggio della parola, che è insufficente a significare tutte le sfumature dell'anima. Non altrimenti — dice il Wagner — chi entra per la prima volta nel bosco silente dalla tumultuosa città, è incapace a percepirne i rumori; ma poi, raccogliendo l'orecchio, ne distingue ognor più gradatamente i suoni più lievi.
Giosue Carducci ripianta il cipresso sul colle di Conzano.
Così il Carducci aprì l'anima alla musica, e n'ebbe dolcezza e ristoro ineffabile; ed intese e gustò i classici e i moderni italiani e stranieri: degl'italiani i più gloriosi, dal Pergolesi al Verdi; degli stranieri Beethoven, Chopin e Riccardo Wagner.
A Longiano, nella gita del 9 giugno 1902, ascoltò rapito la musica del secondo atto del Tristano e Isotta, suonata al pianoforte ed accennata egregiamente con la voce dall'avv. Achille Turchi; a Faenza, la sera del 15 novembre 1903, in una genialissima riunione artistica in casa Pasolini, incoraggiò molto il giovine Balilla Pratella di Lugo, di cui fu eseguita una notevole composizione per canto, piano e violino, su l'Ode alla chiesa di Polenta; a Lizzano, il 21 settembre 1904, udì cantare da Alessandro Bonci la schietta romanza italiana «Tre giorni son che Nina» del Pergolesi, e tanto si compiacque di quella interpretazione patetica e gaia insieme che, sentendo fuse così bene l'opera del maestro e quella del cantore, esclamò: «Sembra una voce creata apposta per questa musica!». Ed in un albo, ove il Bonci conserva le più preziose memorie, scrisse di suo pugno: «Lizzano, 21 sett. 1904. Udita nella voce del Bonci la risorta musica del Pergolesi». Infine, più volte, a Faenza ed a Lizzano, ebbe l'anima accarezzata e placata dal vibrante violino dell'illustre prof. Federigo Sarti (che fu maestro ed amico affettuoso di Pierino Pasolini-Zanelli), o da quello della giovanissima artista Antonietta Chialchia, allieva del Sarti medesimo; alla quale volle, in segno di gratitudine, regalare un suo ritratto con le parole autografe: «Al mattino radiante il tramonto brumoso. G. Carducci».
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Così il Poeta trascorreva, dolcemente consolato, gli ultimi suoi giorni; ed intanto, mentre qui in Romagna a Lui salivano, nelle forme più semplici e pudiche, le manifestazioni d'amore di tanti popolani, a Lui pervenivano anche i saluti, gli augurî, gli omaggi del mondo civile. Da Terni gl'insegnanti secondarî e primarî; da Caserta gli ufficiali di finanza; da Sarzana i commemoranti il centenario della presenza dell'Alighieri; da Scarperia i celebranti il seicentenario della fondazione di quel castello; da Faenza i maestri elementari e i professori e gli studenti del Liceo-Ginnasio; da Cesena gli ammiratori offrenti in un album artistico i ricordi della biblioteca malatestiana; da Bologna i professori delle scuole medie adunati in solenne congresso; persino dalla lontana Repubblica Argentina gl'Italiani ivi residenti; da ogni terra, insomma, ed in ogni giorno in cui suonasse un'alta parola, o si elevassero i cuori verso un'idealità pura e gentile, giungevano al Grande Spirito che ancor vigilava, sì come al nume tutelare della patria, invocazioni e preghiere d'assentimento e d'incoraggiamento.