Nei viali di Lizzano.
Il degnissimo figlio e rappresentante della cara città disse al Poeta poche e semplici e degne cose: voler esprimere quella medaglia il sentimento d'antica e devota devozione e d'intenso affetto di tutti i Triestini al Poeta nazionale; avere Trieste, da prima, avuto in animo di promuovere la solenne coronazione del Vate in Campidoglio; ma come parve difficile il piegare la modestia di Lui a tanta solennità, e non volendo la città deporre la speranza di onorare sè stessa onorando il Maestro, così aver essa cercato altra forma d'omaggio coll'effigiarne durabilmente l'immagine in una medaglia. Aggiunse il Venezian che i promotori della manifestazione non avean voluto mettere innanzi i loro nomi, perchè questa apparisse, quale veramente era, spontanea ed unanime di tutto il popolo triestino; ma egli consegnava al Maestro un documento da cui si pareva meglio il significato e il valore della dimostrazione, e ciò è il rescritto della imperiale e reale polizia di Trieste col quale «si conferma il divieto di fare in una città austriaca pubblico appello per onorare il Poeta che ne' suoi scritti scagliò le più violenti invettive contro la persona di S. M. l'imperatore, e glorificò l'azione d'un Oberdank».
La medaglia di Trieste.
Giosue Carducci, che fino allora avea ascoltato con un fare tra il bonario e il commosso, alle parole del rescritto divenne acceso in volto come se una subita vampa di fuoco gli fosse salita su dal cuore; e scattò in piedi, Egli che pur male reggevasi ormai sulle gambe, esclamando: «No, città austriaca, no! La più italiana delle italiane; la fedele di Roma». Ed aggiunse: «Dite a Trieste ch'io sento profondamente con tutta l'anima mia quello che è l'anima ed il pensiero di lei......» Nè potè continuare; che uno scoppio di pianto gli troncò in gola le parole. Allora tutti i presenti, fortemente scossi, e colti da un'infallibile tenerezza improvvisa, gli si fecero attorno, e prendendogli le mani, e accarezzandolo, e confortandolo con tronche parole, riuscirono finalmente a calmarne lo spirito. E per isvagarlo subito, le condussero all'aperto, a fare una passeggiata pe' viali e nel giardino, dove E' si riebbe ben presto, diventando sereno ed ilare ed espansivo.
Ma quel che non avea potuto interamente esprimere a voce, volle dipoi consegnare allo scritto; e da Lizzano, il 27 giugno, inviò al Venezian la seguente lettera:
«Caro prof. Venezian, Ciò che Ella mi recò e mi disse da parte di Trieste, supera ogni possibilità di risposta. Sappia Trieste ch'io sento profondamente con tutta l'anima del mio pensiero quello che è l'anima ed il pensiero della magnanima città; ed anche quando io non sarò più, ciò che piangendo e fremendo scrissi spirerà, credo, a mantenere nell'Italia la fede a Trieste, la fedele di Roma. Giosue Carducci».
Era ben degno di questa forte terra di Romagna, dove dalla gioventù alla vecchiezza Egli ebbe vincoli così stretti d'affetto, e dove conchiuse, può dirsi, il suo canto; era ben degno di questa terra, la quale dette alla libertà ed alla patria il palpito dei cuori ed il fior delle vite, che qui si esprimesse la corrispondenza d'amorosi sensi fra Trieste e Colui che dell'Italia risorta fu la sintesi più gagliarda e completa.
Oggi sulla facciata della solitaria e muta villa di Lizzano, ove tanta gloria, tanti affetti e tanta fedeltà si accolsero, una lapide modesta, muratavi e scoperta quasi di nascosto e senza pompe vane, ricorda semplicemente: