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I primi ricordi del Carducci in Romagna si ricollegano, credo, al nome di Giuseppe Torquato Gargani, il fiorentino puro che «morì d'amore e d'idealismo in Faenza il 29 marzo 1862». Di lui lasciò il Carducci stesso imperitura memoria, ritraendolo al vivo nelle Risorse di s. Miniato (Prose, pp. 949-50): «.... pareva una figura etrusca scappata via da un'urna di Volterra o di Chiusi, con tutta la persona ad angoli, ma senza pancia, e con due occhi di fuoco: io lo avevo conosciuto a scuola di retorica, ridondante ed esondante di guerrazziana fierezza. Poi, andato per raccomandazione di Pietro Thouar in Romagna, e proprio in Faenza maestro nella famiglia di certi signori (dal '53 al '56 fu appunto il Gargani precettore, a Faenza, del conte Pierino Laderchi), vi si era convertito a un classicismo rigidamente strocchiano.... Ma un classico, come s'intendeva allora, doveva essere anche moderato, molto moderato, in politica; e in questa il Gargani aveva serbato le memorie e le tradizioni del '49: era un romantico-guerrazziano-mazziniano arrabbiato, intransigente, antropofago».
Nel '56, tornato a Firenze, il Gargani aveva, con enorme scandalo della letteratura ufficiale, impersonantesi nel dittatore Fanfani, scritta quella dicerìa su i poeti odiernissimi che fu pubblicata a spese degli amici pedanti, ossia del medesimo Gargani, del Carducci, del Chiarini e di Ottaviano Targioni. Del gran putiferio che ne nacque, e delle polemiche tra gli amici pedanti e il giornale «Il Passatempo», organo magno fanfaniano, narra a bastanza il Chiarini nelle sue Memorie della vita di Giosue Carducci (Firenze, Barbèra, 1907, cap. III); delle visite del Gargani, del Chiarini, del Nencioni al Carducci, a Pietro Luperini, a Ferdinando Cristiani, allora umili maestri nel Ginnasio di s. Miniato; delle liete baraonde rallegrate dalle scariche di tappi saltanti; delle passeggiate notturne tacitae per amica silentia lunae, a s. Miniato ed a Firenze; ricordi il lettore la descrizione evidentissima che è nelle Risorse di s. Miniato. Qui basti aggiungere che il Gargani fu di nuovo dal '56 al '58 precettore in una casa privata, ma questa volta a Montegemoli, presso a Volterra; che nel '59 si arruolò volontario, e istigato da molti che poi lo rinnegarono, domandò al governo toscano la facoltà del voto politico per le milizie, ritraendone trenta giorni di prigionia; che, infine, nel novembre 1860 fu eletto maestro di lingua latina nel Ginnasio di Faenza, e poi dal ministro della pubblica istruzione nominato professore di lettere latine e greche nel Liceo della stessa città, il 13 marzo 1861. Nel quale anno ei pubblicava per le stampe di Pietro Conti in Faenza, in edizione di soli cento esemplari, un libretto di versi (dieci sonetti, un idillio, due canzoni), oggi divenuto rarissimo, e dedicato «ai dilettissimi fra gli amici prof. Giosue Carducci, Giuseppe Chiarini, don Luigi Bolognini». Quest'ultimo era direttore del Ginnasio; e nella casetta di lui abitava il Gargani, dirimpetto alla chiesa ed alla piazza di s. Agostino.
Il Carducci, che intanto avea salita la cattedra di eloquenza nell'Università di Bologna, si compiaceva di far non di rado qualche scappata a Faenza, a trovarvi il suo Gargani; e prendeva parte talvolta ai lieti conversari che la sera facevansi nella tipografia Conti, dove convenivano i letterati faentini del tempo: il cav. Giovanni Ghinassi, di bel nome come di erudito e di elegante scrittore; don Marcello Valgimigli, bibliotecario comunale e benemerito quanto minuzioso ricercatore ed ordinatore di patrie memorie; il dott. Saverio Regoli ed il prof. Giuseppe Morini, insegnanti nel Ginnasio, dotti e valorosi entrambi; don Sante Bentini, traduttore de' bucolici greci; il canonico Filippo Lanzoni, professore di retorica, anch'egli nel Ginnasio, che il Carducci ammirava per la sua facoltà di comporre terzine d'un cotal sapore dantesco.
In quelle riunioni, alle dispute di filologia e d'arte s'intramezzavano racconti festevoli, e versi, e scherzi, e cenette rallegrate dalle mille bizzarrie e dalla mimica arguta del Gargani, originalissimo.
Ahimè! L'allegria durò poco. Abbandonato dalla fidanzata, che aveva a Firenze (e invano il Carducci vi corse a chieder ragione per lui), il povero Gargani se ne accorò siffattamente, che nel suo corpo debole ed infermiccio ebbe prepotere ben presto il così detto mal sottile, o sia la tisi, che da un pezzo lo minacciava. Il 19 febbraio del 1862 una lettera da Faenza annunciava al Carducci la grave malattia dell'amico; ed egli corse al letto del Gargani, e per quasi due settimane venne ed andò, da Bologna a Faenza e viceversa, con l'animo sollevato volta a volta o straziato dagli alti e bassi del terribile male. Aveva allora il Carducci, nelle linee marcate dello scuro volto, nell'acuta mobilità degli occhi neri, nel gesto e nel portamento, tra spavaldo e spaurito, della persona, un qualche cosa di veramente singolare; e mi narra l'egregio e caro collega mio cav. prof. Giuseppe Morini, il quale ebbe l'onore d'essergli amico e d'accompagnarlo a que' giorni più volte dalla casa del Gargani alla stazione, che talora la gente si fermava a guardare quell'omino non troppo elegantemente vestito, e dalla grande zazzera e dalla barbetta nera arruffata. E qualcuno si spinse perfino a dimandar poi al Morini chi mai fosse quel curioso ebreetto che era con lui.
Il Gargani morì a ventott'anni, il 29 marzo del '62; e come tal perdita amareggiasse il Poeta, lo dimostra un pietoso ricordo ch'Egli scrisse dell'estinto, e pubblicò il 29 aprile, nel trigesimo della scomparsa di lui, nel giornale fiorentino «Le veglie letterarie» (trovasi oggi nella prima serie delle Ceneri e Faville); lo dimostrano i versi della lirica intitolata Congedo, pieni di ammirazione e di rimpianto:
«O ad ogni bene accesa
anima schiva, e tu lenta languisti
da l'acre ver consunta, e non ferita;