tua gentilezza intesa
al reo mondo non fu, chè la vestisti
di sorriso e disdegno; e sei partita»;
lo dimostrano, infine, le commoventi parole onde, nelle Risorse di s. Miniato, Egli conchiude, con un singhiozzo, la gioconda rievocazione de' giorni felici:
«Domani è il giorno de' morti. O amico che giaci muto e freddo nella fossa di Romagna, a te certo non spiace ch'io rinnovelli ancora per un poco la memoria delle nostre belle estati fiorentine!»
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Da quello mesto e gentile del dolore nacque e germogliò nel gran cuore del giovine Poeta il fior dell'amore; ed Egli amò d'allora in poi la Romagna, oltre che per le virtù e le magnanime energie che ebbe campo di scuoprirvi e ammirarvi, anche perchè prima di tutto, come in questa terra sapeva racchiuse le ossa dell'amico, così nell'anima romagnola Egli sentiva ben consegnato il tesoro delle care memorie e dei dolcissimi affetti.
Con gli amici di Faenza mantenne rapporti cordialissimi; ed accettò, anzi, di far parte, qual socio onorario, di quella Società scientifica e letteraria che fu fondata a Faenza il 27 di settembre 1862, essendone promotori Giuliano Bucci, l'ing. Luigi Biffi, il dott. Vittorio Tartagni, il dott. Saverio Regoli ed Antonio Mazzoni, e della quale fu poi da voti unanimi chiamato all'ufficio di presidente il botanico illustre Ludovico Caldesi, disdegnosa e fiera anima di romagnolo. Il 28 di maggio 1865 cotesta società scientifica e letteraria tenne una solenne accademia pe 'l centenario dantesco, nella sala del consiglio comunale, alla quale fu presente anche il socio Carducci; e negli Atti dell'anno accademico 1864-65, pubblicati in Faenza co' tipi di Angelo Marabini nel '67, si legge come il cav. Ghinassi, in allora presidente, disse «alcune brevi ma eleganti parole di proemio»; e Filippo Lanzoni tenne un discorso «inteso a dimostrare come universale fosse il fine della Divina Comedia»; e Giuseppe Morini trattò «della bellezza meravigliosa dello stile, perchè l'Alighieri entra innanzi a tutti gli altri poeti»; e Saverio Regoli, ragguagliando Dante ad Omero ed a Virgilio, «il volle addimostrare a loro superiore, sì pel fine, sì pel subbietto, sì per la poesia altissima»; e Luigi Brussi «tolse a far aperto come Dante avversasse il dominio temporale de' romani pontefici. Furono lette eziandio — continuano quegli Atti — robuste ed eleganti poesie di soci onorarî, che si piacquero tener l'invito lor fatto dalla società a prendere parte alla festa dantesca: e ciò è tre sonetti del cav. Carducci, un carme della signora Teodolinda Franceschi Pignocchi, e un epigramma latino del cav. Luigi Grisostomo Ferrucci, che insieme ai componimenti in prosa furono poscia fatti di pubblica ragione (coi tipi del Marabini) e offerti alla città di Ravenna, nell'occasione che festeggiava essa pure l'antico ed immortale suo ospite». I tre sonetti del Carducci sono quelli intitolati «Nel sesto centenario di Dante», che si trovano, nella raccolta delle Poesie (Zanichelli, 1902, seconda edizione), a pagine 359-361.
Qual miranda visione poetica sia in que' sonetti, ne' quali Dante, risorto da l'avello iscoverchiato, rampogna fieramente l'Italia, e la stimola a compiere la sua unità, affinchè, «Roma libera sia da l'adultèro», il lettore ricorda bene; quanto cotesti versi gagliardi ed accesi entusiasmassero gli ascoltatori in terra di Romagna, e proprio in quell'anno che la capitale era stata trasferita da Torino a Firenze (il che era parso una tacita rinunzia a Roma), il lettore s'immagini. Già il Carducci avea raffreddato di molto la sua inclinazione per la monarchia fin da quando, dopo il '60, a Lui, che avea in cima de' suoi pensieri il compimento dell'unità nazionale, la monarchia parve impari agli alti destini della patria, e dirimpetto alle impazienze dei generosi sembrò peccare di forse eccessiva prudenza. Trovatosi, adunque, naturalmente d'accordo con i così detti partiti avanzati, il Poeta cominciava ad esser molto ammirato in Bologna dalla gioventù romagnola, che vi affluiva per ragione di studî o d'altro, ed era tutta, o quasi, repubblicana.
Quando, poi, nel '68 il Carducci pubblicò il volume dei Levia Gravia, e nel '71, per le stampe del Barbèra, tutte le poesie da Lui fin'allora composte, non esclusi l'Inno a Satana e i due epodi per Monti e Tognetti e pe 'l Corazzini, «i più non si curarono de' suoi versi — scrive il Chiarini, p. 364 — che furono esaltati dai meno, dai radicali e dai repubblicani, specialmente di Romagna».