Così stringevansi sempre più i legami di sentimento e di pensiero tra il forte poeta e la forte terra; della quale già avea incominciato (e proseguì, può dirsi, per quasi tutta la vita) a studiare e ad ammirare profondamente le tradizioni e la storia gloriosa.
Qual segretario geniale dapprima, qual presidente degnissimo ed autorevole poi, della Deputazione su gli studi di storia patria per le Romagne, Egli seguì ed illuminò con l'alto intelletto, per lunghi anni, l'arduo lavoro di conservazione de' monumenti, e d'indagine riordinamento critica delle fonti èdite ed inedite; e nelle sue evidenti relazioni su le cose operate dalla Deputazione medesima, sono rievocati, con parola vivificatrice dell'erudizione per sè stessa arida, gli spiriti e le forme del passato; storia politica e civile, e della milizia, e dell'arte, e della letteratura; epigrafia, genealogia, biografia; scavi, inscrizioni, archivi, marmi, tombe, chiese, ruderi delle rocche, torri, palagi; tutte, insomma, le reliquie della veneranda antichità passano dinanzi alla mente del lettore, e con esse i più belli e cari nomi degli studiosi di Bologna e della Romagna: Francesco Rocchi, l'archeologo savignanese del quale il Carducci fu amicissimo, e pianse «con vere lagrime la buona e cara immagine paterna», ed affermò che «di storia romana sapeva quanto pochi in Italia»; Giovanni Gozzadini, «lodato espositore e commentatore di memorie etrusche»; Gian Marcello Valgimigli, il quale «fece meravigliare su la fecondità artistica della ingegnosissima Faenza»; il canonico Antonio Tarlazzi, continuatore de' Monumenti ravennati del Fantuzzi; Cesare Albicini, «degno di rappresentare nell'ingegno e l'animo i migliori tempi di Romagna»; e Luigi Tonini, illustre storico di Rimini, e Michelangelo Gualandi, e Giovanni Casali, e Luigi ed Enrico Frati, e Luigi Balduzzi, e Carlo Malagola, e Nerio Malvezzi, e Corrado Ricci.
La chiesa di Polenta dopo i primi restauri.
La chiesa di Polenta dopo i secondi restauri.
Intanto, mentr'Egli approfondiva così lo sguardo e l'anima nelle remote fortunose vicende di questa regione, sentiva conforme alla propria l'indole degli abitatori di essa: gente semplice di costumi, un po' rude di modi, schietta d'animo, facile agli entusiasmi e agli sdegni, pronta all'azione; ed assisteva co 'l cuore fortemente commosso a' sacrifici, agli eroismi, alle glorie de' romagnoli nelle giornate del nostro riscatto, e di poi a tutte le sacrosante lotte civili ond'essi isfolgoravano siccome assertori pertinaci ed arditi d'ogni più alto ideale di libertà. Si legò adunque di calda amicizia con Aurelio Saffi, che della Romagna «fu il genio buono, la mente e la norma»; con Vincenzo Caldesi, che «cresciuto tra le insurrezioni contro il governo dei chierici, iniziò, propugnò, onorò sempre e da per tutto la rigenerazione, la libertà, il nome d'Italia»; con Antonio Nardozzi, il traduttore delle Georgiche, che «della vecchia scuola romagnola conserva le tradizioni buone, le quali congiunge e contempera alle novità buone»; con Gaspare Finali, da cui si compiacque poi esser detto «romagnolo di elezione e di amore, come Vincenzo Monti era stato per nascita»; e l'anima gli vibrava d'ammirazione intensa e sincera per Claudio Sabbatini, di Sogliano, che, morto a Monterotondo a ventott'anni, era già un cospiratore a diciotto; per Eugenio Valzania, il prode colonnello garibaldino, «esempio in guerra e in pace della costante virtù romagnola»; per Pierino Turchi, «dolcezza di angelo e bronzea tempra di carattere»; per Alfredo Baccarini, «onore di Romagna, ed esempio insigne dell'antica indole italiana in ciò che ha di più nobile, forza e carattere, semplicità e modestia».
Avvenne per tal modo ch'Egli in breve tempo allargasse la cerchia delle sue consuetudini romagnole: ad Imola pubblicò, infatti, nel 1873 l'edizione delle Nuove Poesie, per le stampe di Paolo Galeati, amicissimo suo; a Ravenna, nel giugno del 1872, lesse quelle che, ampliate e rifuse più tardi divennero le Conversazioni e divagazioni heiniane (pubblicate poi nel volume X delle opere); a Lugo, nel 1876, dopo avere accettata la candidatura politica, «non foss'altro pe'l rischio della battaglia», fu eletto deputato, e il 19 di novembre, dopo avvenuta l'elezione, tenne il memorabile discorso Per la poesia e per la libertà, nel quale con vibrata eloquenza rivendicava al poeta l'altissimo ufficio di educatore civile; a Cesena trovò amicizie e conforti, de' quali assai meglio ci giova dire più innanzi; a Forlì ebbe, oltre che il Saffi, ammiratori ed amici e discepoli affettuosi e reverenti, tra i quali due sopra tutti piacemi ricordare: il compianto Giuseppe Mazzatinti, buona tempra di erudito e gentile anima d'artista; il marchese Alessandro Albicini, al quale il Carducci diè poi, in una lettera del 5 luglio 1898, insigne attestato di stima, e del quale fu spesso ospite caro e venerato negli ultimi anni di sua vita.