Ma Faenza fu particolarmente cara al suo cuore. Dopo l'accademia dantesca del '65, Egli vi tornò il primo di novembre del 1869, insieme con Aurelio Saffi, ad accompagnarvi l'amico Ferdinando Cristiani che veniva a prender possesso della cattedra di storia nel regio Liceo; ed alla sera, in un banchetto che all'albergo del Cannone (oggidì Vittoria) fu offerto a Lui, al Saffi ed al Cristiani, Egli improvvisò quasi, rapidamente scrivendola sur un foglietto di carta, e disse con impeto la lirica Nostri santi e nostri morti:
«Ai dì mesti d'autunno il prete canta
i morti in terra ed i suoi santi in ciel...».
E la commozione si rinnovò, e le grida di ammirazione e gli applausi scoppiarono più clamorosi che mai, quando, dopo il simposio, raccoltisi, Lui e gli amici, al Circolo popolare, in via del Teatro (oggi via Pistocchi), Egli declamò intera l'ode Dopo Aspromonte. Pareva — mi narra un amico che ebbe la ventura di assistervi, il prof. Napoleone Alberghi — pareva un vulcano in eruzione: lo sguardo lampeggiante, la voce poderosa, il gesto largo e concitato davano quasi l'illusione che il Poeta improvvisasse; Ei non disse, ma sospirò, urlò, ruggì le terribili strofe; sì che alla fine, quand'ebbe lanciati, come squilli di tromba stimolante alla battaglia, gli ultimi versi
«Odio di Dei, Promèteo,
arridi ai figli tuoi,
solcàti ancor dal fulmine
pur l'avvenir siam noi»,
i più degli ascoltatori, balzati in piedi, piangevano.
Nove mesi e sette giorni dopo cotesta lieta e rumorosa riunione, ossia il 7 agosto del 1870, moriva in Firenze Vincenzo Caldesi; moriva, egli che nel '67 a Monterotondo avea preso parte all'«ultima guerra del popolo italiano contro i pontefici», senza il conforto di veder Roma liberata.