«Dormi, avvolto nel tuo mantel di gloria
dormi, Vincenzio mio;
de' subdoli e de' fiacchi oggi è l'istoria,
e dei forti l'oblio»,
cantò mestamente Giosue Carducci; ma su la sacra tomba del leon di Romagna Ei non osava di gridare il nome dell'eterna città, a cui l'eroe garibaldino avea sacrato il nerbo de la vita, da poi che
«.... ancor la soma
ci grava del peccato;
impronta Italia domandava Roma,
Bisanzio essi le han dato!».
E la memoria del povero Caldesi fu rinverdita affettuosamente più volte, quando il Carducci, essendo Severino Ferrari professore di lettere italiane nel regio Liceo di Faenza, e precisamente negli anni 1886-87 e 1887-88, a Faenza ritornò, o per inspezioni al Liceo, od anche soltanto per godersi un poco la compagnia del prediletto discepolo. Una volta, poi, in una comitiva d'amici raunatisi a cena all'albergo della Corona (ed era presente il su detto prof. Alberghi), ad una lunga, animatissima discussione tra il Carducci e Severino, precedette la recitazione di non poche liriche e sonetti carducciani, che gli altri con accortezza incominciavano, e che il Poeta, ingenuamente abboccando all'amo, proseguiva e finiva, in uno slancio di commosso entusiasmo.