Di tanti ricordi, di tanta compartecipazione d'affetti e di aspirazioni tra Lui e la Romagna, Egli lasciò testimonianza solenne ed ampia in pagine di bronzo. A Lugo, nel precitato discorso, pronunciò le seguenti parole, che tornano di onore grandissimo a cui furon rivolte:
«Da che toccai queste terre, da che nelle fronti calme e pensose degli uomini scampati alle prigioni ed alle galere del papa, nel dolore rassegnato e glorioso delle vedove e degli orfani di quelli che caddero intorno alle mura di Roma, di quelli che morirono per la mannaia dei preti o per il piombo degli stranieri, ebbi ammirato la storia della guerra da voi guerreggiata continua contro la peggior tirannia che abbia mai contristato l'Italia; da che nella baldanza dei giovani, i quali si versarono come torme di leoni in tutte le patrie battaglie, io vidi splendere, con èmpito primitivo, tanto entusiasmo d'ogni alta cosa, tanta ardenza di vita nuova; da allora il mio cuore fu sempre con voi, o romagnoli..... Oltre che, nelle ricordanze della mia vita io ritrovo un vincolo tutto intimo che a voi mi congiunge, un sentimento che, non senza vanità forse, mi porta ad amare la Romagna come mia patria seconda, come patria elettiva. Tra voi la mia facoltà poetica si rafforzò e tentò un secondo e più largo volo. Quando sentii i cuori della gioventù romagnola battere con simpatia d'assentimento a' miei sensi; quando vidi ripercuotermisi raddoppiata la luce de' miei fantasmi, io ripresi fiducia, e dissi trepidando a me stesso: Anch'io son poeta».
La quale ammirazione ed il quale amore per questa terra Egli a s. Marino, nel sublime discorso per l'inaugurazione del palagio della repubblica, dall'alto del Titano affacciandosi alla vista delle città famose, integrò, con una elevazione civile ed estetica insieme, nell'amore e nell'ammirazione della gran patria italiana. «Che se — Egli disse — Rimini co'l ponte d'Augusto, Ravenna con le urne dei figli di Teodosio ostentano le altezze e le miserie dell'impero di Roma, la nostra venerazione ricerca più commossa nella tomba di Dante l'altare della vita nuova d'Italia».
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Difficile, a chi non ebbe consuetudine di affetto e di vita co 'l Carducci, immaginare il senso profondissimo ch'Egli avea della natura, e quanto Ei si rendesse conto del come la gran madre si pieghi a divenire intima, e dolce, e confortatrice agli uomini che la sanno intendere; difficile il farsi un'idea esatta del fascino singolare che per Lui ebbe, derivato fors'anche dalla grandezza delle memorie, questa regione romagnola che, in bello e variato alternarsi di pianure e di colli, si distende florida e lieta
«tra il Po e 'l monte, la marina e 'l Reno».
In ciò, come in altre cose, il Vate della terza Italia si ricongiunge al vicin suo grande, all'Alighieri, che della Romagna, ultimo asilo suo, visitò i luoghi e le terre, e conobbe i castelli, le città, i fiumi, le potenti famiglie, e cantò
«le donne e i cavalier, gli affanni e gli agi».
Chiamatovi, adunque, dalla fama delle naturali bellezze, da' ricordi di Dante e del Boccaccio, dal desiderio di veder la città de' Mainardi e di Guido del Duca, il cipresso di Francesca e la culla dei Polentani, Giosue Carducci visitò nella primavera del 1887, per la prima volta, Bertinoro, e il castello e la chiesa di s. Donato di Polenta. Quest'ultima era, a dir vero, in istato lagrimevole: «non che esservi — scrive Paolo Amaducci nel proemio al suo bellissimo commento dell'ode carducciana (Zanichelli, 1899, p. 9) — non che esservi segno alcuno di rispetto e di cura per quanto esisteva ancora di vetusto, tutto deperiva e minacciava ruina». Eppure il Poeta, dopo essersi condotto a' ruderi del castello «dove l'aquila del vecchio Guido covava», ed esser entrato, tutto compreso di reverenza, nel tempio ove la tradizione voleva avesser pregato Francesca e Dante, rimase colpito e pensoso della vaghezza de' luoghi e della testimonianza delle glorie, che nell'anima sua si fondevano in un solo sentimento; e del tempio con trasporto d'ammirazione esclamò: Cotesto è un vero ornamento delle colline romagnole! In un modesto banchetto, poi, che a Lui fu offerto sul monte Cappuccini, il cav. avv. Enrico Lorenzini, in allora sindaco di Bertinoro, con felice parola salutò il Carducci, dicendo che Bertinoro era lieta di non aver seguito il grido di Dante, e di non esser ancora fuggita via, perchè in tal modo avea potuto rendere omaggio al Poeta della nuova Italia. Al che sembra rispondesse il Carducci con una cara promessa: di studiare e meditare, ciò è, quel che aveva veduto ed ammirato. Partitosene, e incalzato da nuovi studî e da nuove cure, non vi pensò più per allora.
Nell'inverno di quello stesso anno 1887 il Poeta, di passaggio a Faenza, fu desiderato a pranzo in casa dei Pasolini-Zanelli, e tenne subito volentieri l'invito. V'era stato chiamato dal conte Giuseppe, del quale si ricordava affettuosamente, per averlo esaminato nella prova d'ammissione all'Università di Bologna, e dalla contessa Marina Baroni Semitecolo, madre della contessa Silvia, ed ospite a que' giorni della figlia e del genero; la quale, signora d'intelletto e di aderenze cospicue, com'era stata ammiratrice ed amica di Aleardo Aleardi, così era legata di antica conoscenza anche con Giosue Carducci. In cotesta visita, in cui per la prima volta il Carducci conobbe la contessa Silvia, per tutta la sera ospiti ed invitati, seduti a tavola lietamente, parlarono d'arte e di letteratura, e sopra tutto (non ostante l'ombrosa ritrosìa del Poeta) della musicalità delle liriche carducciane. Così s'intrecciò, e si strinse ben presto, il nodo di quell'amicizia vera, forte, affettuosissima, che fu tra i Pasolini e il Carducci. Trasferitasi, poi, per qualche anno, dopo il 1890, la residenza dei Pasolini a Bologna, spesso il Carducci fu da essi cordialmente ricevuto; ed intorno a Lui ed ai padroni di casa si raccoglievano non pochi degli amici e scolari suoi più cari, Ludovico Frati, Carlo Malagola, Severino Ferrari; una volta vi fu presente anche Cesare Pascarella, che recitò la sua Serenata e i sonetti di Villa Glori, commovendo il Carducci. Il quale, per compiacere agli amici, disse poi, con la vivacità e la forza consuete, i sonetti del Ça ira.