XVII.[60]

Signora contessa Silvia molto amata,

Che bel passeggiare, arridendo il variato sole di primavera, su per i colli dell'amenissimo Lizzano; o anche discendendo verso il piano! Affacciandosi questa visione agli occhi e all'animo conturbati da questa nebbia brumale, più triste è il tristissimo decembre. Torneremo mai sui colli di Lizzano? O al bellissimo Bertinoro? Io per me dubito.

Mi contenterei per ora, e anche per allora, di ritrovarmi nella bella saletta di Faenza, dove mi guardano tanti visi ch'io non conosco, e pure amo; o nel salone, dove tante cose possono essere cantate e suonate con musica melodia. Tacendo, nel mio silenzio mi pare di ascoltare e d'intendere. Ahimè! Inteso bene che tutto sarebbe allegrato e fatto vivo dall'aspetto e partecipazione della signora. Voi dareste la vita vera a quell'ignoto ch'io medito, che io sento, e che potrei anche rappresentare.

Questa divagazione malinconica mi fa meno uggiosa la triste nebbia. Se Voi foste qui e parlaste, svanirebbe affatto. Ma io voglio venire a Faenza.

Ricordatemi il nome della signora che mi mandò il salmone; l'americana famosa che parla e scrive così bene l'italiano.[61] Bisogna che le risponda.

Addio, addio; con l'anima profondamente contristata, in mezzo alla gioia apparente, dalla morte di Severino Ferrari:[62] grande ferita nel mio cuore!

Addio, cara signora ed amica dolcissima. Voi mi intendete.

Il vostro
Giosue Carducci.

Alla signora contessa