SILVIA PASOLINI-ZANELLI.

Faenza.

XVIII. Bologna, 11 aprile 1906.

XVIII.[63]

Signora contessa Silvia molto amata,

Siete tornata a Faenza, nella dolce dimora in cui vi ho sempre vista io. Quella dimora è sacra per me; e deve essere anche per Voi. Quante rimembranze soavi vi rifioriscono nell'anima! Se avessi lo stile prezioso, oh quanto vi rifiorirei! Ma l'affettuoso è stile molto più nobile del prezioso, e con questo seguito a scrivere. Invano Voi fareste opera di chiamarmi alla preziosità. «Io sento e dico e rappresento il vero». Oh che bel verso! «Quidquid conabar dicere, versus erat». Così avveniva al fiorito Ovidio:[64] ma l'intima eloquenza del cuore commosso non era con lui, nè era da lui. Non vorrei fargli torto, se per lui mi sovvenissi i Marini e l'adorato D'Annunzio. Per quanto adorato? Perchè adorato? E come adorato? Problemi a cui sarebbe facile rispondere, se io avessi voglia di rompermi il capo con la poesia moderna. E già! V'è poesia moderna? E ciò che porta quel nome, lo merita? Io più che invecchio, più penso che no. E forse è una malinconia della vecchiaia.

Pensateci e rispondetemi. EccoVi dato l'argomento a una bella lettera. La quale, e tutto quello che viene da Voi, io aspetto con desiderio e affetto infinito.

Intanto Vi saluto.

Vostro
Giosue Carducci.

Alla signora contessa