SILVIA PASOLINI-ZANELLI
Faenza.
APPENDICE
Quest'Appendice contiene:
1º Una lettera con la quale Giuseppe Torquato Gargani accompagnava nel 1856 a don Luigi Bolognini in Faenza il dono della sua dicerìa: «Di Braccio Bracci e degli altri poeti odiernissimi», stampata a spese degli «amici pedanti». Questa lettera, inedita e gentilmente a noi comunicata dagli eredi della famiglia Bolognini, è un'eco così viva e sincera delle prime lotte letterarie del Carducci, alle quali abbiamo accennato nella «Prefazione», che ci è parso prezzo dell'opera non defraudarne il lettore.
2º Una commovente e preziosa notizia sui soggiorni del Carducci a Madesimo, nell'agosto del 1904 e del 1905, inviataci con somma cortesia dall'illustre prof. Flaminio Pellegrini, della r. Università di Genova; al quale ci è caro di porgere pubblicamente i più vivi ringraziamenti.
GIUSEPPE TORQUATO GARGANI
A DON LUIGI BOLOGNINI, IN FAENZA.
Mio caro Gigi,
È troppo tempo che non ho tue nuove da te; fa' di scrivere come prima potrai. Io sto benissimo, e sento la vita ora che sono in guerra con tutti i poetini e prosatorucci di Firenze. Ti mando con questa una mia dicerìa: hoc fonte derivata clades. È una canzonatura da cima a fondo, che ha fatto rider me, scrivendola; e molti dotti davvero, leggendola. La leggerai anche tu, e daraimene il parer tuo. La darai a don Lanzoni[65] e al Minardi,[66] i quali carissimamente saluto. Oh, se sentissi cosa dicon di me questi giornali infranciosati! Credo d'aver fatto la bocca larghissima a riderne, e figurati che han pubblicato ch'io sono impazzato e messo all'ospedale, e che settimana per settimana daran le mie nuove alla gente. Perdio! l'è una critica da fare i capelli bianchi. E per di più han citato minchionando due versi per miei, i quali io non scrissi mai: bravi i birbanti b.....! A me par d'essere altr'uomo, e son contento che la dicerìa abbia fatto quel che doveva tare, e gongolo delle fiacche furie e dell'escandescenze sguaiate di cotesti pigmei, i quali han fatto veder chiaro che li ho arrivati nel vivo. Per le vie è un domandare: è quello l'autore della dicerìa? e chi compate, chi gabba, chi guarda in cagnesco, chi sogghigna, chi loda: ed io rido di tutti. Così è, mio caro Gigi; io quietissimo e umilissimo omiciattolo ho messo sossopra la repubblica letteraria in Toscana e fors'anche fuori. Gli amici, che a loro spese hanno stampato il mio scritto, si sono riuniti in una specie di accademia,[67] e faranno battaglia a corpo morto contro tutte le romanticherie e tutti i capricci infranciosati, inglesati, intedescati: son pochi, ma hanno fegato e lombi italianissimi. Era tanto che costoro facevano i demagoghi: anche la pazienza ha un confine, e bisognava che qualcuno salvasse l'antica fama del senno fiorentino messa in terra da questi m.... L'abbiamo fatto noi; non benissimo, per manco di sapere; ma con il calore di giovani amantissimi dalla maestosa letteratura italiana: la volontà scusi la debolezza della natura. Tu scrivi e seguita ad amare il tuo fratelluccio impazzato. Saluterai la gentile signora contessa Pasolini[68] e il signor conte.[69] Se credi bene, fa' leggere la dicerìa al conte Antonio[70] e al conte Francesco,[71] a' quali ricorderai la mia servitù. Se conosci o a Faenza o a Forlì o a Bologna qualche buon letterato, dillo, che glie la manderemo, perchè desideriamo che giri. Ho veduto Ghinassi,[72] c'ora è in Livorno. Ricordami ai buoni Farina,[73] scusandomi se non scrivo per essere occupatissimo in lavori e battaglie. A settembre (se non mutan le cose) vo con una signora maestro per sei anni a Montegemoli, presso a Volterra.[74] Ti saluto e ti abbraccio.
20 luglio 1856.