Or, per lasciare le glose e star fermi lá donde vorrebbe distoglierci l'affluenza delle idee affini (che il volgo degli innocenti chiama poi «disparate»), diremo che nel Labirinto il lettore trova alcuni passi, i quali, se non rammentano il pennello di Dante, lasciano pure in qualche maniera scorgere da che pigliasse origine la stima esagerata di cui il De Mena gode tuttavia i rimasugli presso la sua nazione. Tale è, per citarne uno, quel passo ov'è descritta la morte del conte di Niebla, famoso eroe della Spagna, il quale, mentremche tentava di togliere a' mori Gibilterra, mal pratico del flusso e riflusso della marea e soverchiato dalle onde, sdegnò di pensare a se stesso e di salvare se solo, poiché vedeva perire miseramente in quelle acque tutti i propri compagni.
Un poema, che raccontava i fatti piú memorandi della storia patria e che a quando a quando era caldo della piú poetica delle passioni, il patriottismo, non è maraviglia che venisse accolto da' contemporanei con quell'entusiasmo, che è eccitato sempre dall'interesse e dall'onore nazionale in un popolo che non sia corrotto od avvilito o dormente. E questa, piú che tutt'altra, è la cagione che anche oggidí si parli del Labirinto come d'un fasto spagnuolo. Dall'apparire di esso infino ai di presenti la Spagna, ad onta di alcune sue sventure domestiche, ad onta della prepotenza d'altri Stati europei, non ha perduta mai la sua libera esistenza politica. Però il sentimento della nazionalitá deve render cara e gioconda a quel popolo ogni memoria che ad essa si riferisca, ecc. ecc.
Qualunque, per altro, fosse l'ingegno del De Mena, maggiore dignitá avrebbe egli derivato ai suoi canti, maggiore rispetto si sarebbe conciliato, se, prendendo a narrare le cose pubbliche de' suoi tempi, egli si fosse mantenuto in possesso della indipendenza individuale, onde non far patto che con la veritá [p.214] piú rigorosa, unico patto che dia importanza alle lettere. Ma, vivendo cortigiano, egli dovette far sacrifici alla fortuna, e non lasciò sfuggire occasioni per lodare il re che lo pasceva. E Giovanni secondo, sebbene ingordo e non mai satollo di lodi, era tale nondimeno da non potere esser lodato che dagli adulatori.
L'erudizione, secondo la moda del secolo, venne a mischiarsi tanto con la poesia del De Mena, ch'egli, somigliante in ciò al Santillana ed agli altri, intarsiava ogni tratto, anche nelle canzoni amorose, allusioni e concetti eruditi; per modo che, parlando della passione d'amore, pareva che non l'avesse sentita mai. Ed aveva pur letto e riletto il Canzoniere del Petrarca!
Oltre il Santillana e il De Mena, de' quali abbiamo diffusamente parlato; oltre il Villena e gli altri, di cui abbiamo fatta piú sopra una semplice menzione, voglionsi annoverare fra i verseggiatori piú notabili del secolo decimoquinto Gomez Manrique, Giorgio Manrique di lui nipote, Garci Sanchez de Badajoz, Rodriguez del Padron, Alonso de Cartagena, e quel tanto celebre pe' suoi amori, quel Macias, il cui nome (aggiuntovi l'appellativo di «enamorado») passò poi nella lingua come modo proverbiale per indicare il sommo della passione amorosa.
A voler tener dietro separatamente a' lavori di questi e de' molti loro compagni (ci asteniamo dal darne qui la lista, che oltrepasserebbe i cento nomi), fa d'uopo esser dotato di una pazienza letteraria che abbia dello straordinario. Sia che scrivessero canti sacri («obras de devocion»), sia che dettassero canti morali, oppur canzoni amorose, tutti tutti parevano modellati a una foggia sola. Pigliando in mano il Cancionero general, ed anche il Romancero general in quella parte che non contiene romanzi epici, si viene presto ad accorgersi che vale per tutti un giudizio solo.
Questa uniformitá in un tanto numero di scrittori deve riuscire piú interessante per lo storico delle civilizzazioni, che non pel semplice cercatore de' piaceri che l'animo umano domanda alle arti. Il primo trarrá da essa un argomento sussidiario per istabilire con piú certezza qual fosse allora il carattere generale della nazione spagnuola; e, non distratto dalla varia espressione [p.215] de' caratteri individuali de' poeti, godrá, leggendo i lor versi, di poter dire:—Ecco dunque il modo universale di sentire a que' tempi, al di lá de' Pirenei.—Il secondo, per lo contrario, patirá di noia innanzi a tanta monotonia.
Una religiositá, consistente nella ostentata osservanza delle forme verbali piú che in un intimo sentimento; un culto della morale, esercitato anch'esso non tanto come bisogno dell'anima quanto come sfoggio di apparenze, e quindi spiegato d'ordinario in arroganti declamazioni o precetti claustrali, in allegorie derivate dalle gelide e vane definizioni teologiche di quell'etá; una importanza attribuita a se stesso ed a' propri discorsi da ciascun individuo, sí ch'egli non misura mai la sofferenza di chi l'ascolta, e non abbandona mai il tema assunto se prima non ha esauriti tutti i modi di svolgerlo; un orgoglio personale, associato quasi sempre alla passione dell'amore; e questa rade volte produttrice di un'estasi dilicata, bensí, ogni tratto, di esagerazioni che tengono della cosí detta maniera orientale, di rabbie, di disperazioni, di pazzie; ed a giustificar la pazzia, a darle colore non discordante dalla affettata gravitá nazionale, chiamate stranamente in soccorso le sottigliezze degli scolastici, e sostituite spesso le formalitá della logica alle libere emanazioni de' sentimenti del cuore; uno studio, insomma, di parer savi sempre e, per cosí dire, in toga, anche allora che meno severe circostanze della vita sembrano richiedere il mantelletto galante: questi, secondo l'opinione nostra, sono i tratti piú evidenti che costituiscono la fisonomia generale de' poeti di cui parliamo; e a noi non basterá mai l'animo d'impugnare la spada contra chi dicesse ch'ella non è fisonomia simpatica molto.
Alcuni storici della letteratura si congratulano col secolo decimoquinto, e fanno festa perché verso la fine di esso la Spagna cominciò a coltivare la poesia pastorale. Noi rispettiamo i gusti di chicchessia e, insieme agli altrui, un pochetto anche i nostri. E però ci giova di non perderci in ammirazione dietro a' primordi di un genere di poesia, al quale, con buona pace de' maestri di lettere, non portiamo troppa benevolenza. Se fosse vera la ipotesi pittagorica della metempsicosi, e se, per un capriccio [p.216] matto di quella fortuna che si compiace proprio negli estremi contrari, a noi toccasse di dovere un dí rinascere su qualche trono della terra e coll'animo tutto tutto inclinato al dispotismo; allora, tornandoci vani i tentativi per ispegnere affatto le lettere, vorremmo industriarci almeno di porre in onore fra' nostri schiavi quel tanto solo di esse che piú servisse ad addormentarli. E allora, allora sí, la poesia pastorale verrebbe da noi protetta e promossa, siccome quella che, per la sua immensa distanza dal vero della vita e per la sua languida efficacia morale, ci farebbe meno paura d'ogni altra. Intanto, giacché, fuor d'ipotesi, siamo cittadini privati, non amiamo, né per noi né pel nostro prossimo, la diffusione de' narcotici.
E che v'ha dunque ne' versi castigliani del secolo decimoquinto, che possa rimunerare in qualche maniera la cortesia di chi profonde ora il tempo nel leggerli? Primieramente vale anche per quest'epoca ciò che abbiamo detto nell'articolo primo intorno a' romanzi epici d'autori sconosciuti di nome, giacché anche in quest'epoca si proseguí a scriverne. Anzi ad essa crediamo appartengano per la piú parte quelli di avventure ricavate dalla storia moresca, e specialmente degli odii delle due fazioni de' Zegris e degli Abencerrages, dalle ultime sciagure del regno di Granata, superato poi e vinto dalle armi di Ferdinando e di Isabella nel 1492. Chiunque ha un cuore spontaneamente aperto alle impressioni poetiche, chiunque è educato da una critica liberale e non angustiata dagli scrupoli de' pedanti, trova nel Romancero general di che contentar di frequente il bisogno estetico dell'anima sua. In que' romanzi lo spirito arabo-ispano si manifesta nella sua originalitá; e la calda spiegazione di sentimenti veri ed originali abbonda sempre di poesia. In secondo luogo non è da negarsi che anche ne' componimenti de' poeti conosciuti per nome, e ricordati in parte, e censurati in generale qui sopra, rinvengonsi qua e lá pensieri ingegnosi, immagini opportune e tracce talvolta d'una rigogliosa freschezza di fantasia, che ne ristorano qualche poco della loquacitá erudita e della frequenza del concettizzare puerile: sono come le oasis incontrate dalla sitibonda carovana nel deserto. Una passione [p.217] sentita davvero non può resistere poi sempre a palesarsi ne' modi comandati da abitudini assurde, tuttoché universali. E però in alcuni squarci, come a dire delle quattro canzoni del Macias, l'amore irrompe fuor de' soliti vincoli e dá qualche segno verace e bello della propria esistenza.