«Non si può sperare nulla di bene nelle provincie che in questi tempi si veggono corrotte, com'è l'Italia sopra tutte le altre; e ancora la Francia e la Spagna di tale corruzione ritengono parte», ecc.—|Machiavello|, Discorsi sopra Tito Livio, libro I, capo 55, e passim, passim, passim su questo gusto.

Nell'ozio e ne' piacer noiosa immersa [l'Italia].

|Alfieri|, sonetto 143.

Dunque l'Italia è bagascia, vecchia, bevona, oziosa, senza occhi, senza bontá, corrotta e fetente. Se tutte queste contumelie fossero farina proprio del sacco degli autori a cui sono attribuite, e non tradimenti stranieri, bella e bizzarra materia di discorso avrebbe chi pigliasse a dimostrare che le vere glorie d'Italia derivano da chi la sgrida, e ch'ella tanto piú onora i suoi quanto piú liberamente le rinfacciano le vergogne di lei (Nota di |Giacomo| fratello di |Grisostomo|).

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III

ALLOCUZIONE

|Nei funerali del pittore Andrea Appiani celebrati nella chiesa della Passione il giorno 10 di novembre 1817|

Questo cadavere intorno a cui ci raduna l'onor nazionale e l'entusiasmo dell'ammirazione, questo cadavere era Andrea Appiani pittore. Giá da quattro anni un fiero colpo d'apoplessia lo aveva rapito alle arti ed all'incremento della gloria italiana; ma egli vivea pur tuttavia. E la sua vita, quantunque infelice, era nondimeno un carissimo conforto alla famiglia, una speranza pe' suoi amici. Un secondo insulto dell'apoplessia ruppe tutte le nostre speranze, ed egli non è piú. La chiarezza dell'ingegno, la dolcezza de' modi, le virtú famigliari e cittadine, l'arte squisita, tutto insomma che piú fa illustre su questa terra, tutto perdemmo in lui; e di lui non ci resta che questo cadavere e la gloria del nome. La natura avea versato in lui tutti quei doni de' quali era stata giá prodiga tanto verso Raffaello. Ella avea voluto che Appiani ne fosse l'emulo; e Appiani obbedí. L'alacritá con cui egli si diede agli studi piú profondi dell'arte, l'amore infinito, ardentissimo del bello a cui educò la propria anima, il sentimento della delicatezza ch'egli si procacciò col culto delle maniere piú gentili, svilupparono ed accrebbero i doni della natura. I tempi favorivano l'ingegno. Ed Appiani può dirsi per eccellenza il pittore del secolo.

Ogni lode verrebbe meno a voler dire delle maravigliose opere di lui. Ciascuno di noi sente nel fondo dell'anima ciò [p.60] ch'egli fu, e la tristezza cambia l'inno di lode in un pianto. Ma questo pianto che accompagna la sepoltura dell'uomo grande, questo pianto che fa onore a chi lo versa, chi sa quando avrá fine? chi sa quando vedremo sorgere un artista a riparare il danno che la morte fece ora alla pittura? Ben è vero che di molte speranze abbonda la patria; ma avremo noi un altro Appiani?