Ciò detto, l'autore imprende la rivista dei poeti e de' prosatori italiani, la quale, sbrigandosi di Guido Guinizelli, di Guido Ghislieri, del Fabrizio, ecc. ecc., col solo nominarli, incomincia propriamente da Guittone d'Arezzo e scende giú fin presso al declinare del secolo decimottavo. Non sappiamo se alla fine dell'opera il signor Bouterweck vorrá ampliare con qualche supplimento questa sua rivista. Certo non sarebbe male che egli lo facesse; da che pare che nel 1802, quando egli pubblicò il secondo volume della sua storia (terminando con quello di parlare degli italiani), le vicende politiche od altre cagioni lo tenessero al buio delle cose nostre piú recenti; ed in generale ne sembra trascuratissimo e superficiale troppo tutto quel tratto della sua storia italiana che comprende gli ultimi trent'anni del secolo ora scorso.
Il tener dietro di passo in passo a codesta rivista non è intendimento nostro, né lo comporterebbero forse i nostri lettori. Ne riporteremmo volentieri alcuni squarci tolti qua e lá; ma come decidere la scelta in mezzo ai tanti che meriterebbero la preferenza? Le cose giudiziose che vi s'incontrano per rispetto a Dante, al Petrarca, all'Ariosto, al Machiavelli, ecc. ecc., o vogliono essere riportate tutte, o vogliono essere taciute. Crediamo dunque miglior partito quello di dar qui un epilogo del discorso finale con cui l'autore conchiude la storia della letteratura italiana. Il silenzio nostro sul restante aggiunga stimoli alla curiositá dei dotti d'Italia, sicché eglino procaccino di leggere nel testo ciò che non senza frequente compiacenza vi abbiamo letto noi.
Tanto v'ha di memorabile, dice il signor Bouterweck, nella letteratura italiana, che la storia di essa merita una ricapitolazione.
Come l'uomo, per variar d'accidenti, nella sua vita non rinnega mai totalmente la sua prima educazione, cosí la letteratura italiana non si spogliò mai totalmente di quel carattere ch'essa assunse nel suo nascimento. Quando cinque secoli fa ebbero principio la poesia e l'eloquenza italiana, l'attuale civilizzazione europea era tuttavia ne' suoi primordi. E fra tutte le nazioni di Europa, l'italiana è la sola nella di cui letteratura [p.96] lo spirito di quei primi tempi abbia accompagnato sempre lo spirito de' tempi posteriori per tutti i periodi dello sviluppamento di esso.
Nella letteratura italiana è impresso il carattere della giovanezza della nuova civilizzazione europea, con tutte le sue naturali attrattive e coi suoi difetti. Quantunque i primi poeti d'Italia non si abbandonassero interamente, come i greci, a se medesimi ed al bisogno dell'anima loro, e non uscissero, come fecero i greci, dalla sola scuola della natura, la poesia loro nondimeno emerse dal complesso de' sentimenti che in essi destava la nuova civilizzazione; sentimenti che, piú forti quanto piú freschi, crearono nella poesia un certo vigore di gioventú che, l'una dopo l'altra, spezzò le catene di cui il pedantismo l'aveva gravata.
In tutte le migliori opere de' poeti italiani, mista alla bella veritá poetica scorgesi questa vigoria giovenile che si spigne innanzi sempre senza badare a ritegni. Ed anche lá dove i poeti sembrano sottomettersi alle antiche regole, la gioventú dello spirito, l'anima vera della poesia, non istá quieta, ma urta e rompe e s'apre la sua strada attraverso ogni metodica circoscrizione.
La bella poesia italiana non si piegò umilmente, come la francese, alle regole vecchie, ma lottò sempre contro di esse. Dante, il Petrarca, l'Ariosto, piú che alle regole, si lasciarono andare alla prepotenza del loro genio, al bisogno delle anime loro, e riescirono grandi nella libertá. Se se ne vuol levare la Gerusalemme del Tasso, tutti i poemi italiani, che, secondo i precetti de' pedanti, si direbbero regolari e perfetti, appartengono alla classe seconda o ad altra forse ancor piú bassa. Tutto ciò che v'ha di veramente poetico in Italia è dovuto alla libertá del vigor giovenile.
Mediante la storia della poesia italiana viene per la prima volta a confermarsi nelle letterature moderne questa veritá: che il poeta allora solamente ottiene il fine piú sublime e piú vero dell'arte, quando tien conto del carattere della sua nazione e del suo secolo, e non lo ributta sdegnosamente come inopportuno a' suoi intendimenti poetici. La poesia de' poeti [p.97] sommi d'Italia è poesia nazionale nello spirito del secolo in cui essi vivevano.
Pei poeti del Quattrocento, del Cinquecento e del Seicento non fu poco imbarazzo quello in cui li metteva da un lato la venerazione entusiastica ch'erano tentati di tributare alle cose degli antichi allora scoperte, e dall'altro la inconvenienza di ripeterne servilmente le forme estetiche. La critica di que' tempi, debole troppo, non bastò sempre a preservarli dalla cieca imitazione, alla quale pareva che dovesse indurre tutti gli intelletti educati alle scuole la maniera con cui spiegavasi la Poetica d'Aristotile, considerandola come un corpo di leggi assolute ed obbligatorie quanto quelle di Giustiniano. Come nel restante d'Europa, cosí anche presso gli italiani, specialmente del Seicento, non mancano esempi di cieca imitazione degli antichi. Ma tutti siffatti esempi, considerati come poesia, sono tutti miserabilissime cose, dall'Italia liberata del Trissino e dalla sua Sofonisba giú fino alle pedanterie di minor momento.
Per lo contrario in Italia chi ebbe in sé anima veramente poetica, sentí sempre, anche senza averla spiegata teoricamente a se medesimo, la differenza essenziale che vi ha tra la poesia romantica, cioè quella derivante dallo spirito della nuova civilizzazione, e la poesia degli antichi; e mostrò d'avere compresa l'essenza dell'una e l'essenza dell'altra quando accolse come piú inerenti al proprio intendimento poetico i costumi del suo secolo e della sua patria; e studiando daddovero gli antichi, pensò non esser conveniente il sagrificare alle lor forme poetiche le forme nuove, le quali erano piú conformi allo spirito della nuova poesia. Dante adorava Virgilio come se fosse un ente santissimo. Eppure a Dante non venne, no, in capo la tentazione di lavorare un poema eroico nella maniera di Virgilio. Il Petrarca era oltre ogni dire invaghito de' classici antichi tanto quanto della sua Laura. Ma il Petrarca cantò il proprio amore com'ei lo sentiva, nobilitando le maniere de' provenzali. L'Ariosto studiò Omero, ma volle a bella posta riescir diverso affatto da Omero. E finanche il Tasso, il Tasso medesimo non ardí spignere a tanto la imitazione del poema [p.98] eroico antico, da rinunziare al carattere romantico dell'epopea cavalleresca.