La letteratura d'Italia, e per la venustá di che in molte parti ridonda e per venerazione all'anzianitá de' suoi natali, fu sempre uno studio carissimo anche ai dotti delle nazioni straniere. Molti di essi ne scrissero or la intera storia, or la parziale d'un qualche ramo o d'una qualche epoca; molti incidentemente in libri di diversa natura pronunziarono giudizi intorno al merito d'alcuni de' nostri prosatori e poeti, or con molto, or con poco, or con nessuno criterio.

Presso gl'italiani trovarono applauso sempre coloro degli stranieri che piú erano stati larghi d'encomi alle nostre lettere; e contumelie villane, anziché pacate confutazioni, coloro che in qualche maniera parvero mostrarsi meno scialacquatori d'incenso. E nondimeno il lettore giudizioso rinfaccia non di rado a molti de' primi la mancanza di sagace discernimento, della quale per lo piú si suole fare accusa a' secondi. Cosí tal uno, a modo d'esempio, porta opinione che il libro dell'inglese signor Cooperwaker sul teatro italiano, quantunque pieno zeppo di adulazioni e di lodi alla nostra letteratura drammatica, sia davvero un meschinissimo libro scritto da un meschinissimo pedante; e con uguale schiettezza reputa miserabili certe censure scagliate contro alcuni de' poeti italiani dal Boileau, dallo stesso ingegnoso [p.92] Voltaire e da altri non pochi che, dando biasimo a ciò che non intesero, riescirono detrattori inconcludenti.

Fra gli stranieri che scrissero della nostra letteratura sa ognuno quanto romore suscitassero di recente madama di Staël, il signor Sismondi, il signor Schlegel, il signor Ginguené. Per ora ci par prudenza lo schivare lunghe parole intorno ai tre primi, onde non riaccendere la rabbia che ha giá fatto abbastanza di torto all'Italia. D'altronde se n'è giá parlato tanto e se n'è detto sí poco, e tanto pur se ne potrebbe dire, che a volerne degnamente discorrere non bastano i limiti dentro i quali ci serra l'occasione presente. Solo ti preghiamo, o lettore, di non interpretare sinistramente questo nostro silenzio e di crederci rispettosi davvero verso quegli ingegni, perché li crediamo in accordo coi lumi del secolo e non co' pregiudizi della ignoranza orgogliosa.

Il signor Ginguené scrisse in Francia l'intera storia della letteratura italiana. La conoscenza profonda, e rara oltremodo in un francese, ch'egli manifestò avere della lingua nostra e delle nostre lettere, l'amore sincero con cui ne parlò, le lodi che ci versò sul capo a piene mani gli meritano il tributo della nostra gratitudine. Ma se si pensa che il signor Ginguené scriveva il suo libro dopo l'anno 1810 ed in Francia, che è quanto dire un trent'anni dopo quello del Tiraboschi ed in paese piú illuminato del nostro, chi vorrá perdonare a lui la penuria di filosofia? Un uomo che, per quanto sembri internarsi colla veduta, guarda pur sempre la sola superfice delle cose, e ad ogni tratto ti esclama «bravo! bello!» senza mai arricchirti il capo d'una nuova idea che ti faccia sentire la ragione delle sue lodi, non è l'uomo del secolo, non fa piú per noi.

Vi ha nondimeno in Italia una certa legione di lettori che potrebbonsi chiamare i traineurs dello spirito umano, come i francesi chiamano i traineurs dell'esercito[7] que' soldati che, [p.93] o per viltá o per fiacchezza o per altra ragione, restano indietro nelle marce e non arrivano che un buon pezzo dopo il grosso delle truppe. A questa milizia di grave armatura, che fa da retroguardia al secolo, un'altra se ne aggiugne, alla quale starebbe bene il titolo di «tribú dei comprafumo», perché ad essa par sempre una maraviglia tutto ciò che in qualunque maniera è lode all'Italia.

Come i bevoni tracannano il vino senza assaporarlo, cosí i comprafumo si strinsero al seno il libro del signor Ginguené e lo predicarono la perfezione delle perfezioni. Ai comprafumo vennero lenti lenti in soccorso i traineurs, portando seco i pensieri ereditati dalla buona memoria de' loro bisnonni. E la predica degli uni rinforzata dall'applauso degli altri diventò un clamore da innamorare la moltitudine, che mise gridi anch'essa senza sapere perché. Ma gli uomini savi d'Italia, quantunque gustino anch'essi la dolcezza delle lodi, soprattutto dalla bocca degli stranieri, le infastidiscono siccome nauseose, quando non le veggono avvalorate dalla manifestazione d'un alto criterio in chi le va sprecando. Gli uomini savi d'Italia sanno che la nostra letteratura, comeché splendidissima per molti rispetti, ha pure anch'essa i suoi lati opachi; ed arrabbiano nel vedere confondersi insieme da' lodatori l'opacitá e lo splendore, e versarsi ovunque ugual dose di ammirazione. Gli uomini savi d'Italia leggono le storie non tanto per compiacere ad una sterile curiositá quanto per trarne paragoni giovevoli alla lor vita presente; e reputano un miserissimo nulla la poesia ed ogni discorso intorno a cose letterarie, quando non è messa a profitto tutta la civiltá de' popoli dal poeta o dal trattatista. Gli uomini savi d'Italia, perché rispettano non alla cieca ma con pienezza di discernimento la letteratura patria, pretendono che non possa degnamente accostarsi a parlarne se non chi accese la propria fiaccola critica al lume della critica universale europea; e credono che il signor Ginguené non ve l'accendesse abbastanza. E però la storia del signor Ginguené sarebbe per tutti una gran bella cosa, se venisse ritoccata da un filosofo. Questa almeno è l'umile opinione nostra, alla quale speriamo facile il passaporto in virtú della libertá che la legge e la critica ne accordano.

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Ci parve di dover dare cosí alla sfuggita questo sguardo agli autori che fin qui parlarono della letteratura italiana, onde rispondere innanzi tratto a coloro che potrebbero forse irritarsi del nostro tirare in iscena una nuova storia di essa, chiamandolo un portare erba al prato; da che tra nostrali e forestieri possediamo giá tanti e tanti volumi che ne discorrono, piú che non se ne legge. Abbiamo giá detto nell'articolo primo che per gl'italiani la parte piú utile della storia del signor Bouterweck sarebbe quella che tratta non della nostra ma delle letterature straniere; e stiamo pur sempre in questa persuasione. Tuttavolta anche i due primi volumi che comprendono le cose nostre, quantunque meno importanti per noi, non sono da rigettarsi come inutili. La novitá e l'importanza d'un lavoro storico non consistono unicamente nel narrare fatti non conosciuti in prima, bensí piú sovente nella maniera nuova di considerarli. Un portare erba al prato sarebbe se i due volumi de' quali parliamo somigliassero in tutto e per tutto ai libri del Tiraboschi e del signor Ginguené. Ma o noi c'inganniamo, o la somiglianza per cento ragioni è tenuissima. E ciò basti per nostra discolpa.

Il signor Bouterweck dá principio alla storia della poesia e dell'eloquenza italiana con un discorso, in cui prima di tutto viene investigando qual fosse lo stato della lingua nostra al comparire di Dante. In questo argomento egli segue, e lo confessa apertamente, il libro latino di Dante medesimo Della volgare eloquenza. L'autore scende poi a parlare de' metri poetici de' moderni, delle ragioni per cui bisognò trovarli nuovamente e non ammettere que' degli antichi, della convenienza e della quasi necessitá della rima nelle poesie delle lingue moderne, della compiacenza con cui i nuovi popoli accolsero questo nuovo ornamento poetico, e del carattere originale che la rima diede alle forme esteriori della nuova poesia. Quantunque agli italiani non si attribuisca il merito d'avere inventata la rima, all'Italia nondimeno, dic'egli, e non ad altro popolo vuolsi saper grazie dell'avere nobilitati i metri rimati de' provenzali, volgendoli ad uso d'una migliore e piú vera poesia.

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