Lo scopo immediato della poesia non è giá l'interesse scientifico, bensi l'interesse estetico. L'erudizione, siccome non forma il poeta, cosí non può essere per se stessa argomento immediato di poesia. Giova l'erudizione al poeta per ampliargli la potenza intellettuale e rendergli piú franca e piú ardita la concezione delle immagini. Ma s'egli veste a dirittura la propria erudizione di forme poetiche, declina interamente dal fine dell'arte sua.
I trovatori, i quali furono anteriori di tempo ai poeti propriamente moderni, per buona fortuna non furono eruditi. A simiglianza de' rapsodi della Grecia, eglino non servirono ad altro che al bisogno d'una poesia nazionale. La quantitá delle loro idee era pressoché uguale a quella delle idee de' loro contemporanei, cioè a dire angusta. L'erudizione rimase per molto tempo ignota al popolo, e, confinata nelle biblioteche de' chiostri, ivi pure, insieme ad ogni scienza, quasi onninamente dormiva. Ma allorché nel mille e trecento i popoli cercarono una piú ampia sfera d'idee, ed ebbero voga le sottigliezze [p.89] teologiche, e si scopersero i libri d'Aristotile, e la filosofia scolastica fu la moda de' tempi, i poeti si volsero anch'essi a coltivare le cognizioni scientifiche che scaturivano dalle cattedre e dalle biblioteche, ed i loro canti cominciarono a pigliare un certo qual sentore di lucerna, e lo ritennero per alcuni secoli successivi.
Al principiare del mille e cinquecento il buon senso sbandí dalla poesia la filosofia scolastica; ma la educazione de' poeti serbò la sua tendenza erudita e di scolastica diventò pedantesca, ed ebbe, come tale, influenza sull'opere loro. Lo studio delle lingue morte e de' libri antichi modellò l'intelletto de' poeti in gran parte secondo lo spirito della antica civilizzazione. Arricchiti di ricordanze erudite, eglino si lasciarono sedurre dalla vanagloria che suggeriva loro di far pompa degli studi fatti; e secondo che quelle ricordanze piú venivano mischiandosi col naturale sentimento poetico, i componimenti loro diventarono uno screzio di cento colori. Per quanto nuovo e tutto patrio fosse il soggetto delle loro poesie, eglino non si fecero scrupolo d'innestarvi la mitologia antica, e sovente uomini d'altissimo ingegno si compiacquero d'un miscuglio sí strano come di una rara bellezza. Durò lungo tempo e dura ancor tuttavia in Italia, in Ispagna ed in Francia una moda siffatta.
Oltrediché, in tutta la storia della poesia moderna scorgesi manifestissimo l'impero assoluto della critica. Aristotile divenne il legislatore de' poeti, siccome lo era de' filosofi e de' teologi. E come se per mala ventura quel sovrano intelletto, che forse da altro filosofo mai non fu superato, fosse proprio predestinato ad essere il seminator di zizanie ed a travolger le menti ch'egli intendeva d'illuminare, anche il suo bel libro della Poetica represse la libertá intellettuale de' poeti e guastò il gusto; nella guisa medesima che la sua Logica e la sua Metafisica protrassero di tanto il sonno d'ogni vero sapere. Per potere intendere Aristotile, bisogna aver prima intese di per se stessi le vere bellezze intime de' poeti greci, allo spirito delle quali si riferiscono tutte le regole aristoteliche. Ma a questo non si pose mente. E tutti si attennero secondo la lettera alla Poetica d'Aristotile, commentandone ed interpretandone le osservazioni [p.90] estetiche siccome leggi del codice di Giustiniano. E non vi fu pur uno che domandasse al proprio ingegno:—Questo medesimo Aristotile, risuscitando ora, continuerebbe cosí, o piuttosto non iscriverebbe egli per le nazioni moderne tutt'altra poetica?—.
Assuefattisi nelle scuole i poeti a compiacersi nelle erudizioni, e a derivare le loro immagini piú dalla lettura de' libri che dall'esame della vita e de' costumi de' loro contemporanei, ecco riescire piú e piú sempre oscuri i loro componimenti all'universale de' lettori, ecco il bisogno d'illustrarli di lunghe note, mettendo a profitto una mezza biblioteca, ed ecco nuove occasioni predilette di sfoggiare erudizione: intendimento che non ebbero mai i poeti greci, perché, mirando allo scopo massimo dell'arte, cantavano cose note al popolo, e volevano esser poeti e non altro.
III
Noi abbiamo in Italia storie della nostra letteratura quante ne vogliamo. Il Crescimbeni, il Quadrio, il Fontanini ed altri ci furono prodighi di notizie biografiche e bibliografiche intorno ai sommi, ai mediocri, agli infimi scrittori italiani, sicché non vi ha curiositá che vinca la lor profusione. Ma se pei padri nostri potevano bastare quelle congerie di notizie pressoché nude d'ogni filosofia, non bastano ora piú per noi: da che i progressi dello spirito umano non ci permettono piú di regalare la nostra attenzione alla sola pazientissima flemma d'un raccoglitor di memorie; e studi piú importanti hanno svegliato ora in noi una tendenza filosofica, costantemente operosa, la quale ci fa vogliosi di conoscere, piú che le cose, le cagioni di esse. Non vuolsi per altro far troppo delitto a' padri nostri della facile loro contentatura. La colpa era non di essi ma de' tempi, diversi assai, come giá dicemmo, per mille ragioni politiche da' presenti, nella stessa guisa che diversi da' presenti saranno i futuri per quella necessitá di moto che agita perpetuamente il mondo morale.
Il Muratori qualche poca volta sollevossi ad una sfera d'idee superiore a quella de' suoi contemporanei italiani, e lasciò qui [p.91] sfuggir lampi precoci di quella filosofia applicata alle lettere, che, bambina allora, viene ora crescendo in tutta l'Europa a robustezza virile.
Ma piú assai che il Muratori, il Gravina sarebbe stato un letterato filosofo da produrre assai riforme e assai di bene all'Italia, se fosse nato in tempo di migliori lettori; poiché certo non gli mancava né logica esatta né vigoria d'intelletto, che che ne dicesse il Baretti. Era uomo il Baretti d'ingegno vivacissimo, ma di cognizioni non sempre profonde; e però riesce giudice talvolta incompetente e troppo corrivo al dir male d'altrui.
Per rispetto al Tiraboschi, a cui dobbiamo esser grati di molte notizie erudite, noi speriamo che le persone scevre da' pregiudizi non vorranno biasimarci se ci facciamo lecito di dire che a lui mancava perfino quella filosofia che i tempi potevano dargli. Degli altri piú recenti, ma di minor conto, non parliamo.