Madama gentilissima,—Probabilmente il di lei signor marito avrá avuta la sua buona ragione per chiamare «corbelleria» l'estetica. E questa buona ragione sará probabilmente l'avere egli, dal matrimonio in fuori, rinunziato interamente al secolo. Ai nostri giorni lo studio della lingua greca, quando è principale e non accessorio[1] ad altri studi piú importanti, fa per lo piú degli uomini ciò che di essi facevano un tempo i deserti della Tebaide: li separa affatto dal mondo e dalle sue pompe e mette loro nel cuore il disprezzo della vita presente. Veneranda era l'austeritá degli anacoreti, e veneranda sia anche quella dei grecisti. Né dell'una né dell'altra è lecito a noi miseri mondani il giudicare.
L'Enciclopedia, all'articolo Esthétique, spiega bastantemente che cosa significhi «estetica». S'Ella vorrá compiacersi di leggere quell'articolo, vedrá, ch'Ella aveva immaginato bene credendo derivato [p.103] dal greco il vocabolo che le riesce nuovo. «Aisthesis» vuol dire «senso» o «sentimento». E l'estetica è appunto il complesso delle teorie del sentimento. La spiegazione che ne dá l'Enciclopedia mi dispenserebbe, madama, dal noiarla ora piú lungamente. Ma Ella davvero con quella sua lettera s'è manifestata per donna capace di dare utilissimi consigli; ed io amo tanto la conversazione delle gentili signore, che, lasciata da un canto l'Enciclopedia, non posso tenermi di non aggiugnere qualche parola mia alle altrui in servizio di una signora che, senza farsi conoscere, mi s'è giá resa simpatica. Ecco, madama, un vero bisogno estetico per me. Ringrazio l'oscuritá di questa frase dell'occasione che mi dá di poter protrarre il discorso con una persona amabile.
Vi sono delle cuffie e de' cappellini belli, delle cuffie e de' cappellini brutti. Se a madama venisse in mente di volersi occupare del come debbano esser fatti, perché mi piacciano, bisognerebbe ch'ella s'informasse delle regole dell'arte della modista. Vi sono de' bei versi e dei brutti versi. A chi è curioso di sapere perché piacciano i primi e non i secondi, conviene cercare quali siano le qualitá necessarie perché un componimento poetico rechi diletto.
Lo stesso dicasi per rispetto alla musica, alla pittura ed alle altre arti. Vi sono de' pezzi di musica commoventi o sublimi, ve n'ha d'insipidi; delle belle facciate di palazzi, e delle sproporzionate o barocche.
Il cappellino, la cuffia, i versi, la musica, la pittura, la facciata del palazzo, il bassorilievo, ecc. ecc. ecc., hanno tutti questo di comune: che piacciono quando sono belli e perché sono belli. Si può dunque cercare le cagioni comuni di questo effetto comune, cioè ricercare in genere le qualitá che si trovano in tutti gli oggetti belli ed aggradevoli. L'estetica è appunto la scienza che si propone questo scopo. Ma ad esso solo non si arresta, perché discende anche ad osservazioni speciali risguardanti ciascuna specie di oggetti diversi; e quindi discorre delle qualitá speciali che deve avere una bella musica, un bel componimento poetico, un bel giardino, ecc. ecc.
Sono persuaso che a quest'ora Ella sa ottimamente ciò che s'intenda per «estetica». Però si contenti ch'io procuri di soddisfare alle altre domande fattemi coll'arguto di lei viglietto.
Ella avrá bramato piú volte che un'opera nuova al teatro della Scala riescisse bene, perché avrá avuto desiderio di udire la sera [p.104] delle belle ariette e de' bei pezzi concertati. Poiché lo desiderava. Ella dunque, madama, ne aveva un bisogno. E questo bisogno di venir dilettata dal bello musicale è «bisogno estetico». Ed è pure «bisogno estetico», se l'oggetto del desiderio è vedere un quadro, leggere de' bei versi, parlare con persone amabili, ecc. ecc. ecc.
Il «piacere estetico» è quello che si prova ascoltando la bella musica, mirando la bella pittura, leggendo i bei versi, udendo i ragionamenti leggiadri, e cosí via.
L'«interesse estetico» per ultimo è un termine che ha vari sensi. Alcune volte si usa come sinonimo di «bisogno estetico», alcune volte come sinonimo di «piacere estetico», ed altre volte con altro significato. Quand'Ella, madama, udiva qualche bel finale del Rossini, o vedeva qualche bel quadro in un ballo del Viganò, Ella non poteva lasciar d'esclamare colla parola oppur col solo atto della mente:—Bello! bellissimo!—Ora quel «bello! bellissimo!» che altro era se non una confessione della potenza di dilettare ch'Ella riconosceva nel finale o nel quadro? E questa potenza di dilettare è precisamente l'«interesse estetico» nel terzo significato.
Non le faccia stupore di udire che una parola viene usata in vari sensi. Purtroppo è ancor lontano quel tempo in cui l'ideologia e la grammatica filosofica avranno fatto tutti i progressi che ci vogliono, perché possa cessare questo abuso e questo inconveniente.