Dicendo candidamente essere inutile per noi l'ultima parte dell'articolo della Rivista, non voglio tacere che molte ingegnose osservazioni s'incontrano nella illustrazione che accompagna l'episodio di Francesca da Rimini e gli altri frammenti. Ché anzi la riporterei volontieri, se mi bastasse spazio, onde accrescere probabilitá al sospetto formato da alcuni che l'estensore dell'articolo su Dante non sia un inglese, bensí la persona da me indicata piú sopra. Chi per qualche tempo praticò dialogo con un letterato, vede sovente negli scritti ulteriori di lui rivivere molte delle idee giá corse nel dialogo. Cosí gli scritti del dotto richiamano soavemente alla memoria de' suoi amici lui medesimo e la sua conversazione.
Le considerazioni della Rivista d'Edimburgo intorno al poema di Dante mi sembrano lodevoli, come appare dal complesso del presente articolo. Ma, senza derogare al merito loro, crederò di far cosa grata a chi non avesse letto il libro del signor Sismondi sulla Letteratura del mezzogiorno d'Europa, dando loro in altro numero del Conciliatore un breve estratto della sua analisi della Divina commedia. Il signor Sismondi, mi sia lecito il dirlo, vide in quel poema un altro elevato concetto; e ve lo vide con rara profonditá di raziocinio, potenza di sentimento e tale felicità di fantasia, che gli riprodusse le sensazioni inspirategli dal poeta.
|Grisostomo|.
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XIII
|Idee del signor Sismondi sul poema di Dante|
Piaccia a' lettori di richiamarsi alla memoria l'Articolo sopra un articolo inserito nel numero 34 del Conciliatore, e la licenza chiesta loro di recare in altro numero un transunto delle considerazioni del signor Sismondi sulla Divina commedia, stampate da lui nel suo libro Della letteratura del mezzogiorno d'Europa.
È noto a tutti come quel libro incontrasse in Italia un profluvio di encomi presso alcuni, del pari che un profluvio di censure spietate presso altri. Era cosa questa da potersi facilmente prevedere. Qui, manco male, vi ha persone non poche di schietto ingegno e di probitá assoluta. Ma in buona fede bisogna pur confessare (e peccato confessato è mezzo perdonato) che fra gli italiani leggenti v'è altresí una lunga genia di mediocri, senza fuoco veruno d'entusiasmo, tenaci della loro mediocritá, stizzosi contro chiunque arrischia un passo per uscirne, e smaniosi non d'essere, ma di far da dottori. Però nella moltitudine il libro del signor Sismondi doveva trovare di necessitá anche chi lo mordesse.
Inoltre, ne' dotti, le discordie letterarie che scompigliano il giudizio d'alcuni o lo trascinano dietro la dittatura del giudizio altrui, e fors'anche certe ragioni d'invidia, d'adulazione, d'interesse, di servilitá…, ecc. ecc. ecc., dovevano far nascere censure molte ed indecenti contro il libro di un uomo che si manifesta, per sapienza ed onestá di carattere, superiore assai assai a molti suoi contemporanei. Sia detto senz'astio e senza mira ad alcun individuo, qui, come forse anche altrove, la letteratura [p.130] sovente non è, in chi l'esercita, fine ingenuo delle passioni, bensí stromento servile di esse.
Alieni per altro da ogni inquisizione delle coscienze, gettiamo, o buoni lettori, con buona verecondia il mantello di Sem e di Iafet su tutti i motivi segreti da' quali possono aver mosso i giudizi intorno al libro del signor Sismondi. Crediamoli anzi innocenti tutti que' motivi. E strignendo le diverse sentenze in un sol risultato, diciamo lealmente cosí:—Come tutti i buoni libri di questo mondo, il libro del signor Sismondi forse non sará scevro affatto affatto di passi, a' quali una critica intemerata possa contraddire[1]. Ma grandi e molte bellezze e molte savie dottrine compensano largamente i pochi difetti.—Per entro a quel libro domina una sí perpetua libertá d'animo, una sí schietta ricerca del vero, un sentimento letterario cosí nobile, che, volere o non volere, all'uomo onesto è forza aver simpatia con chiunque verso il signor Sismondi eccedesse anche un pochetto nelle lodi. L'assoluta perfezione ne' libri è come il lapis philosophorum. Studia, studia; cercalo, cercalo: nol trovi mai. E l'onestá ne' letterati è un altro lapis philosophorum, che trovasi, è vero, qualche volta, ma tanto di rado, che pe' galantuomini è proprio una solennitá il dí in cui giungono a raffigurarla.