L'opinione pressoché generale di coloro che contrastano a Dante l'originalitá dell'idea del suo poema, è che questa fosse a lui suggerita dalla Visione di frate Alberico. Ma frate Alberico non fu l'unico frate visionario che si pigliasse gusto di viaggiar vivo col suo pensiero all'altro mondo, prima che Dante ponesse mano alla Divina commedia. Fino da' primi secoli del cristianesimo alcuni santi si dissero da Dio favoriti con visioni e rivelazioni, come può vedersi da quelle di san Cipriano, di santa Perpetua, ecc. ecc. Ma di queste accadde come dei miracoli, cioè che dopo i miracoli veri ne furono spacciati non pochi falsi, e quindi molti sogni furono spacciati come visioni. I gradi di somiglianza che esistono tra la Visione di frate Alberico e 'l poema di Dante (e per veritá sono pochi), esistono altresí tra questo e molte altre visioni, e specialmente con quella d'un frate inglese anonimo, riportata da M. Paris nella sua Histoire anglaise, ad an. 1196. «O Dante—dice la Rivista—si giovò di tutte, o non se ne giovò di nessuna». E questa ultima credenza par piú ragionevole a chi considera la natura dell'ingegno di Dante, «il quale per altro—segue a dire la Rivista,—vedendo stabilita per opera de' frati nella fede popolare una specie di mitologia visionaria, pensò d'adottarla, nella stessa maniera che Omero aveva adottata la mitologia del politeismo».
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Ma la vera idea del suo poema Dante non la derivò da altro che dal suo animo nobile e caldo di generosa onestá. «Egli da sé solo concepí e mandò ad effetto il disegno di creare la lingua e la poesia d'una nazione, di rivelare le piaghe politiche della sua patria, di mostrare alla Chiesa ed agli Stati d'Italia come l'imprudenza de' papi e le guerre intestine delle cittá e la conseguente introduzione di eserciti stranieri trarrebbero seco di necessitá la devastazione e la rovina dell'Italia. Egli pensò nientemeno che a farsi riformatore della morale, vendicatore dei delitti e mantenitore della ortodossia nella religione». Questa è ben altra originalitá di concetto che quella delle visioni de' frati, prese tutte in un fascio.
La Rivista fa poco conto del libro del signor Cancellieri, perché davvero è d'indole tale da non se ne poter far gran conto. Il signor Cancellieri è uomo erudito assai; aveva bisogno di sfogar la sua erudizione: però ha fatto che il libro servisse ad essa, e non essa al libro. E la veritá è che egli lo termina senza terminar la quistione pigliata a trattare.
Bisogna dire che il prurito di far pompa d'erudizioni, quantunque non cadano a proposito, salti addosso talvolta con irresistibile ostinazione anche alla gente di giudizio; da che pare che anch'essa la Rivista d'Edimburgo in questo articolo medesimo se ne lasci vincere un pochetto. Ma le semplici erudizioni giá si sa che non costano molto; e gli uomini sono facili a scialacquare le sostanze acquistate senza sudori.
Ben piú lodevole parmi la maniera con cui la Rivista ci dá un quadro rapidissimo della condizione d'Italia da' tempi di Gregorio settimo fino a quelli di Dante, onde convincerci sempre piú dell'alto intendimento che resse i lavori del poeta. Troveranno i curiosi in quel quadro alcune idee, se non nuove, almeno nuovamente e fortemente sentite, sulle opinioni religiose d'allora, sul carattere di Gregorio, sulla politica di lui, sulla origine e su' primordi della libertá delle cittá d'Italia; libertá alla quale, in certo qual modo, contribuí l'ambizione stessa di quel pontefice.
Considerando attentamente la natura dei tempi di Dante, sbalza agli occhi chiarissima l'intima relazione che esisteva tra [p.126] i bisogni dell'Italia d'allora e le savie lezioni morali e politiche date ad essa dal poeta. Questo modo di commentare la Divina commedia non tanto con una illustrazione pedisequa de' fatti, quanto con un esame storico-filosofico de' tempi, pare che sarebbe da eleggersi da chi imprendesse a fare una nuova edizione di essa. Ma per poterlo sostituire alla solita maniera di commentare, bisogna avere ingegno e cognizioni piú che non ne hanno d'ordinario que' che si piegano al poco glorioso mestiere di commentatori.
Terminato il quadro storico e riveduti leggermente i panni a vari scrittori di storie letterarie, notandone alcuni errori, la Rivista si volge a dimostrare come in mezzo all'austeritá ghibellina ed al rigore dell'avversa fortuna, l'anima di Dante, bollente di magnanima ira, ridondasse nondimeno di affetti teneri e gentili; e come ogni tratto egli li manifestasse ne' suoi versi e nelle sue prose, esprimendoli con un fervore tutto spontaneo e con una dilicatezza di cui non trovasi facilmente l'uguale. E per persuadere di questo i suoi lettori e per confutare ad un tempo stesso un'opinione, tanto o quanta contraria, di Federigo Schlegel, che nella sua Storia della letteratura antica e moderna chiama bensí Dante il «maggiore de' poeti cristiani», ma gli rimprovera qualche poco di ruvidezza d'animo, la Rivista con lunghi commenti presenta ad essi un lungo florilegio di passi dilicatissimi, tolti dal poema e dalle rime di Dante. Le citazioni sono in italiano, e la spiegazione di esse viene somministrata agl'inglesi per lo piú dalla bella traduzione di M. Cary in versi sciolti.
Quel florilegio sará opportunissimo per gl'inglesi; ma per noi italiani potrebbe esser creduto superfluo. Il dilicato e gentile amante di Beatrice, il pietoso narratore delle altrui sciagure amorose non ha bisogno qui d'esser difeso dalle accuse di Federigo Schlegel, né dalle altre di M. Hallam, che rinfaccia a Dante troppa ira contro la patria. Dante amava la sua patria piú che chiunque; ma ne odiava i delitti. E chi ama la patria davvero, s'irrita delle turpitudini de' suoi concittadini; e mentre che il vile adulatore blandisce il vizio che trionfa, l'onest'uomo mena apertamente la sferza e s'acquista fama nella posteritá.
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