[1] A giudizio d'alcuni, ciò potrebbe riferirsi per avventura a qualche parte delle opinioni dell'autore sul Calderon e sul Petrarca.
[p.133]
XIV
INTORNO AD UN POEMETTO DI C. TEDALDI-FORES[1]
Molte idee false intorno al romanticismo si fanno diffondere maliziosamente in Italia da chi ha interesse a screditarlo. La piú ricantata ne' crocchi, tanto dai furbi quanto dalla buona gente che si lascia abbindolare da chi ha piú voce in capitolo, è che le dottrine romantiche sieno la teoria dell'assoluta mestizia e dell'orrore, e che nessun componimento poetico possa essere lodevolmente romantico se non è una vera galleria di tutte immagini lugubri, di atrocitá, di spaventi, ecc. ecc.
Dopo la lunga professione di fede pubblicata da' romantici in sei numeri consecutivi del Conciliatore[2], sarebbe un perder tempo e un far torto alla sagacitá de' nostri lettori il suggerir loro le ragioni colle quali confutare codesta accusa scipita. Per quanto certi faccendieri dell'opinione pubblica, servendo al loro instituto, s'industrino di ripeterla ad ogni momento, essa nondimeno è tale che non può trovare ricapito che presso il volgo. Intendiamo per «volgo» i poveri d'intelletto, i poveri di buona fede, non i poveri di borsa. E di siffatto volgo a' romantici non cale piú che tanto.
Leggendo per altro il nuovo poemetto del signor Tedaldi-Fores, si potrebbe sospettare a prima giunta che anche questo ingegno non volgare abbia voluto spassarsi a spese del vero e farsi beffa del romanticismo, e che se ne sia finto seguace [p.134] a bella posta per metterlo in caricatura e confermare cosí nella plebe la falsa opinione della tendenza di esso a tutto ciò che è orribile e ributtante. Nella Narcisa, che è un romanzo o poemetto di soli quattro brevissimi canti in terza rima, veggonsi infatti affastellate tante immagini di color nero che può parere un mortorio perpetuo.
L'argomento del romanzo è la storia della morte di Narcisa e della sepoltura negatale a Montpellier: storia che tutti i nostri lettori avranno letta nella terza delle Notti di Odoardo Young. Ma il dolor vero per la perdita vera della figliuola della propria moglie non destò nella fantasia, per altro copiosa e lugubre-monotona, del poeta inglese tante immagini di squallore, tante reminiscenze orribili, quante col suo dolore artificiale ne descrisse nel suo poemetto il signor Tedaldi-Fores. Una vergine malata e che poi muore «sul nudo suolo»; un giovane amante della fanciulla, che recide le chiome al cadavere e nel buio della notte tenta con esse di farsi un capestro al collo e strozzarsi; un padre, che per la morte della figliuola dá nelle bestemmie e si morde l'«un de' bracci»; un demonio, che ulula intorno a quel padre e lo lorda di «fuliggine e di sanguigna bava»; un cimiterio, sparso di «insepolto ossame bianco»; un Andrea
che a nutricar [se stesso] si die' di carni umane, e di uman sangue il mento e il sen si tinse;
un padre, che porta sulle spalle il cadavere della propria figliuola a seppellire; una fossa scavata; un gemito che manda la terra; un cielo che piove «rossa linfa»; un cadavere smosso dalla sua sepoltura dall'acquazzone e lasciato a fior di terra «involuto di fetente limo»; un giovane soldato che corre, e sbadatamente viene ad urtare in quel cadavere, e s'accorge che preme co' suoi ginocchi il «fral meschino» della sua donna amata, in cui