di sanie infetto e nel luto prostrato, passeggia il verme reo, la schifa eruca e la striscia del serpe attossicato;
[p.135] un pugnale; un assassinio; uno che muore (è l'amante) e, morendo, cade sul cadavere dell'amata e le afferra il «volto casto»
coi denti delle rabide mascelle;
uno spettro; un feretro; un rogo; e un fantasma in carne ed ossa, che, dopo d'aver narrati tutti codesti malanni al poeta, che sta attento ad udirlo, lascia cadere «le polpe al suolo e l'osse», e, «fatto nudo spirto», esclama—Sono Odoardo (il padre di Narcisa)—e sparisce: queste ed altre piú minute galanterie di tal fatta, raccolte insieme l'una sovra l'altra in poco spazio, formano un tutto che può davvero sembrare, come dicemmo, la caricatura poetica dell'orrore.
Ma perché attribuiremo noi a mala fede ciò che probabilmente è stato fatto con ingenuissima intenzione? D'altronde il romanzo del signor Tedaldi-Fores quantunque, secondo la umile nostra opinione, infelice pel concetto generale, per gli accidenti storici e per la condotta, ha nondimeno alcuni accessori lavorati con potenza poetica non comune, ha diverse terzine lodevolissime per evidenza di stile e per veritá di sentimenti; sicché sarebbe quasi temeritá il voler credere che una persona, capace di giovar molto alla propria fama ed alla patria, voglia ora sprecar tempo e carta e inchiostro in servizio della malignitá antiromantica. No, non lo si dee credere. Il signor Tedaldi-Fores s'è ingannato, ma non ha voluto ingannare.
Noi ci appigliamo volentieri a quest'ultima credenza. E siccome in fatto di libri è uso nostro di manifestare senza velo la nostra opinione, qualunque sia, massimamente se crediamo di parlare a scrittori d'ingegno, il di cui amor proprio non confonda i consigli della critica co' morsi dell'invidia, cosí diciamo con onesta sinceritá all'autore della Narcisa che l'insieme del suo romanzo non ci contenta.
Congratulandoci per altro con lui della sua deserzione dalle favole greche, lo preghiamo di voler perseverare in essa, di affratellarsi cogli argomenti desunti dalle storie nostre e dai nostri costumi, e di somministrarci presto qualche altro componimento [p.136] di tema meno esagerato nella tristezza, meno affettatamente orribile e piú conveniente a' bisogni dell'Italia, affinché possiamo dire di lui quelle piene lodi ch'egli dá indizio di dovere un dí meritare, se pure le nostre lodi sono premio a cui egli si degni di por mente.
Né si creda che in noi sia avversione agli argomenti malinconici, alle occasioni di piangere. Sí, vogliamo tremare e lagrimare e gemere, perché tra i tanti diletti poetici sappiamo anche noi che è soavissimo quello della malinconia e del pianto. Ma le lagrime non sono mai figlie dell'orrore e del ribrezzo. Vogliamo anche noi essere percossi dal terrore. Ma una serie d'idee eccessivamente luttuose e tutte temprate al monocordo, ancorché non uscissero fuor de' confini del __terribile__, finirebbe coll'essere __orribile__, o per lo meno noiosa a' lettori. Or che sará poi quando le immagini pendono piú all'orribile che ad altro?
Bisogna però dire, a onor del vero, che nei primi esperimenti, in un genere poetico qualunque, la parsimonia non può quasi mai essere la qualitá regolatrice della immaginazione del poeta. È una qualitá, una abilitá, questa, che non s'acquista che col tempo. E però la presente mancanza di essa non ci è argomento per doverla temere ripetuta ne' futuri lavori del signor Tedaldi-Fores. Progredendo egli sempre piú nello studio dell'arte e del cuore umano, e nobilitando sempre piú i propri pensieri, la verseggiatura e lo stile, è da credersi ch'egli salirá a quell'altezza di perfezione poetica verso la quale ha voluto fare un passo colla sua Narcisa.
|Grisostomo|.