—Ahi! ahi! ahi!…—ho sclamato tre volte per riverenza delle nove muse, quando vidi l'atroce spettacolo!
Vidi (credetelo, o posteri) il foglio arditamente sincero, il foglio che tien desta l'invidia, quand'ella piú s'affanna a persuadere che dorme, il mio povero Caffé lacerato in mille brani, bruttato nel fango delle strade.
E l'asino grave, e lo stupido bue, e l'armento servile delle pecore lo calpestavano passando! Sento ancora i ragli di gioia, i muggiti di trionfo, i belati di compiacenza. Oh vergogna, oh sventura irreparabile! ahi, ahi, ahi!…
Dimmi tu, o solo compagno rimastomi in tanta guerra, come potremo difenderci?
Ecco primo venirne contro il rotondo signor Cristoforo, ingegnosissimo, [p.187] terribilissimo per grandi occhiali sul naso e impolverata parucca![2]
Ei m'accenna col dito alle turbe e grida:—Quegli è il colpevole, quegli il ribelle che ardisce resistere all'autoritá, stimare i moderni, non adorare gli antichi. Guai se il mondo uscisse di pupillo e l'ascoltasse! Urlate, o turbe: fischiate, percuotete, uccidete. Lo scellerato pretende che __si ragioni__!—
E le turbe, che non ragionano e non intendono, mi guardarono
minacciose; ed io, traendomi in disparte, risposi:
—O gente degna delle «ghiande saturnie», placatevi e calpestate
questo male sparso Caffé.—
Venne Adonio, il damo per eccellenza; Adonio, il condottiero profumato della schiera degli eunuchi. Costui, recandosi tra le mani l'ultima raccolta di Ana, cercò tra le pagine un epigramma, e mi trafisse.
Ahi, ahi, ahi… Oh mio mal prodigato Caffé!