Il giorno non è lontano che la pianta felice da noi collocata ne' campi d'Esperia porterá piú copioso il suo nobile frutto; il suo frutto che non manda fraganza, se nol tormenti col foco[3].

E voi pure tormentateci, o gente saturnia! Ma noi, alleati col Tempo,
atterreremo su queste pianure i vostri boschi di querce; né piú vi
sará dato d'imprigionare tra l'ombre le menti dei mortali.

Perché una forza irresistibile di perfezionamento è nella nostra
natura, e progredisce e trionfa; e, simile al fato, conduce i
volenterosi, e i repugnanti strascina.

Ma di chi la gloria, di chi? Amici del nostro cuore, che sudate con noi nell'altissima impresa, non lasciateci or soli frammezzo ai turbini. Ove siete, che fate?

Due di voi, io lo so, compiacendo al lor genio, si ascondono nelle solitudini.

Allato allato delle vostre predilette, seduti a sera sull'erta della collina, seguite con occhio innamorato le stelle remote, e alla presenza delle bellezze del cielo parlate le speranze d'una vita migliore.

Intanto noi tra le mura infiammate della cittá scriviamo la notte, scriviamo il giorno, e appena abbiam tempo di mandare un sospiro.

Dove sono gli altri? ahi! dove sono? Voi correte in caccia le campagne, o saltate i fossati, o veleggiate sui laghi ascoltando i canti verginali di che sull'alba risuonano le sponde, o cercate i semplici costumi tra le montagne dell'Elvezio vicino… Ma ricordatevi di noi, che siamo qui soli!

E tu pure, altero e ritroso ingegno, che fai? Né amoreggi, né viaggi, né scrivi, e godi il tuo sommo diletto lasciando correre il pensiero negli aerei campi dell'Idea[4].

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