Iupiter omnipotens, precibus si flecteris ullis, aspice nos: hoc tantum: et, si pietate meremur, da deinde auxilium, pater, ecc.

[Invocata adunque la divina clemenzia che alla presente fatica ne presti della sua grazia, avanti che alla lettera del testo si venga, estimo sieno da vedere tre cose, le quali generalmente si soglion cercare ne' princípi di ciascuna cosa che appartenga a dottrina: la primiera è di mostrare quante e quali sieno le cause di questo libro; la seconda, qual sia il titolo del libro; la terza, a qual parte di filosofia sia il presente libro supposto.]

[Le cause di questo libro son quattro: la materiale, la formale, la efficiente e la finale. La materiale è, nella presente opera, doppia, cosí come è doppio il suggetto, il quale è colla materia una medesima cosa; percioché altro suggetto è quello del senso letterale, e altro quello del senso allegorico, li quali nel presente libro amenduni sono, sí come manifestamente apparirá nel processo. È adunque il suggetto secondo il senso letterale: lo stato dell'anime dopo la morte de' corpi semplicemente preso; percioché di quello, e intorno a quello, tutto il processo della presente opera intende. Il suggetto secondo il senso allegorico è: come l'uomo, per lo libero arbitrio meritando e dismeritando, è alla giustizia di guiderdonare e di punire obbligato. La causa formale è similmente doppia, percioch'egli è la forma del trattato e la forma del trattare. La forma del trattato è divisa in tre, secondo la triplice divisione del libro. La prima divisione è quella secondo la quale tutta l'opera si divide, cioè in tre cantiche; la seconda divisione è quella secondo la quale ciascuna delle tre cantiche si divide in canti; la terza divisione è quella secondo la quale ciascun canto si divide in rittimi. La forma, o vero il modo del trattare, è poetico, fittivo, discrittivo, digressivo e transuntivo; e con questo, difinitivo, divisivo, probativo, reprobativo e positivo d'esempli. La causa efficiente è esso medesimo autore Dante Alighieri, del quale piú distesamente diremo appresso, dove del titolo del libro parleremo. La causa finale della presente opera è: rimuovere quegli che nella presente vita vivono, dallo stato della miseria, allo stato della felicitá.]

[La seconda cosa principale, che è da vedere, è qual sia il titolo del presente libro, il quale secondo alcuni è questo: «Incomincia la Commedia di Dante Alighieri fiorentino»; alcun altro, seguendo piú la 'ntenzione dell'autore, dice il titolo essere questo: «Incominciano le cantiche della Commedia di Dante Alighieri fiorentino». La quale, percioché, come detto è, è in tre parti divisa, dice il titolo di questa prima parte essere: «Incomincia la prima cantica delle cantiche della Commedia di Dante Alighieri»; volendo per questa mostrare dovere il titolo di tutta l'opera essere: «Cominciano le cantiche della Commedia di Dante» ecc., come detto è.]

[Ma, perché questo poco resulta, il lasceremo nell'albitrio degli scrittori, e verremo a quello per che all'autore dové parere di doverlo cosí intitolare, dicendo la cagione del titolo secondo, percioché in quello si conterrá la cagione del primo, il quale quasi da tutti è usitato. E ad evidenzia di questo, secondo il mio giudicio, è da sapere, sí come i musici ogni loro artificio formano sopra certe dimensioni di tempi lunghe e brievi, e acute e gravi, e della varietá di queste, con debita e misurata proporzione congiunta, e quello poi appellano «canto»; cosí i poeti, non solamente quelli che in latino scrivono, ma eziandio coloro che, come il nostro autore fa, volgarmente dettano: componendo i lor versi, secondo la diversa qualitá d'essi, di certo e diterminato numero di piedi, intra se medesimi, dopo certa e limitata quantitá di parole, consonanti: sí come nel presente trattato veggiamo che, essendo tutti i rittimi d'equal numero di sillabe, sempre il terzo piè nella sua fine è consonante alla fine del primo, che in quella consonanza finisce. Per che pare che a questi cotali versi, o opere composte per versi, quello nome si convenga che i musici alle loro invenzioni dánno, come davanti dicemmo, cioè «canti», e per conseguente quella opera, che di molti canti è composta, doversi «cantica» appellare, cioè cosa in sé contenente piú canti.]

[Appresso si dimostra nel titolo questo libro essere appellato «commedia». A notizia della qual cosa è da sapere che le poetiche narrazioni sono di piú e varie maniere, sí come è tragedia, satira e commedia, buccolica, elegia, lirica ed altre. Ma, volendo di quella sola, che al presente titolo appartiene, vedere, vogliono alcuni mal convenirsi a questo libro questo titolo, argomentando primieramente dal significato del vocabolo, e appresso dal modo del trattare de' comici, il quale pare molto essere differente da quello che l'autore serva in questo libro. Dicono adunque primieramente mal convenirsi le cose cantate in questo libro col significato del vocabolo; percioché «commedia» vuol tanto dire quanto canto di villa, composto da «comos,», che in latino viene a dire «villa», e «odos», che viene a dire «canto»; e i canti villeschi, come noi sappiamo, sono di basse materie, sí come di loro quistioni intorno al cultivar della terra, o conservazione di lor bestiame, o di lor bassi e rozzi innamoramenti e costumi rurali: a' quali in alcuno atto non sono conformi le cose narrate in alcuna parte della presente opera; ma sono di persone eccellenti, di singulari e notabili operazioni degli uomini viziosi e virtuosi, degli effetti della penitenza, de' costumi degli angeli e della divina essenza. Oltre a questo, lo stilo comico è umile e rimesso, accioché alla materia sia conforme; quello che della presente opera dir non si può; percioché, quantunque in volgare scritto sia, nel quale pare che comunichino le femminette, egli è nondimeno ornato e leggiadro e sublime; delle quali cose nulla sente il volgar delle femmine. Non dico però che, se in versi latini fosse, non mutato il peso delle parole volgari, ch'egli non fosse molto piú artificioso e piú sublime, percioché molto piú d'arte e di gravitá ha nel parlar latino che nel materno.]

[E appresso, dell'arte spettante al commedo;] mai nella commedia non introducere se medesimo in alcun atto a parlare, ma sempre a varie persone, che in diversi luoghi e tempi e per diverse cagioni deduce a parlare insieme, fa ragionare quello che crede che appartenga al tema impreso della commedia: dove in questo libro, lasciato l'artificio del commedo, l'autore spessissime volte, e quasi sempre, or di sé or d'altrui ragionando favella. Similmente nelle commedie non s'usano comparazioni né recitazioni d'altre istorie che di quelle che al tema assunto appartengono; dove in questo libro si pongono comparazioni infinite, e assai istorie si raccontano, che dirittamente non fanno al principale intento. Sono ancora le cose, che nelle commedie si raccontano, cose che per avventura mai non furono, quantunque non sieno sí strane da' costumi degli uomini che essere state non possano: la sustanziale istoria del presente libro, dello essere dannati i peccatori, che ne' lor peccati muoiono, a perpetua pena, e quegli, che nella grazia di Dio trapassano, essere elevati all'eterna gloria, è, secondo la cattolica fede, vera e santa sempre. Chiamano, oltre a tutto questo, i commedi le parti intra sé distinte delle lor commedie «scene»; percioché, recitando li commedi quelle nel luogo detto «scena», nel mezzo del teatro, quante volte introducevano varie persone a ragionare, tante della scena uscivano i mimi trasformati da quelli che prima avevano parlato e fatto alcun atto, e in forma di quegli che parlar doveano, venivano davanti al popolo riguardante e ascoltante il commedo che recitava: dove il nostro autore chiama «canti» le parti della sua Commedia. E cosí, accioché fine pognamo agli argomenti, pare, come di sopra è detto, non convenirsi a questo libro nome di «commedia». Né si può dire non essere stato della mente dell'autore che questo libro non si chiamasse «commedia», come talvolta ad alcuno di alcuna sua opera è avvenuto; conciosiacosaché esso medesimo nel ventunesimo canto di questa prima cantica il chiami commedia, dicendo: «Cosí di ponte in ponte altro parlando, Che la mia commedia cantar non cura», ecc. Che adunque diremo alle obiezioni fatte? Credo, conciosiacosaché oculatissimo uomo fosse l'autore, lui non avere avuto riguardo alle parti che nelle commedie si contengono, ma al tutto, e da quello avere il suo libro dinominato, figurativamente parlando. Il tutto della commedia è (per quello che per Plauto e per Terenzio, che furono poeti comici, si può comprendere): che la commedia abbia turbolento principio e pieno di romori e di discordie, e poi l'ultima parte di quella finisca in pace e in tranquillitá. Al qual tutto è ottimamente conforme il libro presente: percioché egli incomincia da' dolori e dalle turbazioni infernali, e finisce nel riposo e nella pace e nella gloria, la quale hanno i beati in vita eterna. E questo dee poter bastare a fare che cosí fatto nome si possa di ragion convenire a questo libro.

[Resta a vedere chi fosse l'autore di questo libro: la qual cosa non pure in questo libro, ma in ciascun altro pare di necessitá di doversi sapere; e questo, accioché noi non prestiamo stoltamente fede a chi non la merita, conciosiacosaché noi leggiamo: «Qui misere credit, creditur esse miser». E qual cosa è piú misera che credere al patricida dell'umana pietá, al libidinoso della castitá, o all'eretico della fede cattolica? Rade volte avviene che l'uomo contro alla sua professione favelli. Voglionsi adunque esaminare la vita, e' costumi e gli studi degli uomini, accioché noi cognosciamo quanta fede sia da prestare alle loro parole.]

[Fu adunque l'autore del presente libro, sí come il titolo ne testimonia, Dante Alighieri, per ischiatta nobile uomo della nostra cittá; e la sua vita non fu uniforme, ma, da varie mutazioni infestata, spesse volte in nuove qualitá di studi si permutò, della qual non si può convenevolmente parlare che con essa non si ragioni de' suoi studi. E però egli primieramente dalla sua puerizia nella patria si diede agli studi liberali, e in quegli maravigliosamente s'avanzò; percioché, oltre alla prima arte, fu, secondo che appresso si dirá, maraviglioso loico, e seppe retorica, sí come nelle sue opere appare assai bene; e, percioché nella presente opera appare lui essere stato astrolago, e quello esser non si può senza arismetrica e geometria, estimo lui similemente in queste arti essere stato ammaestrato. Ragionasi similmente lui nella sua giovanezza avere udita filosofia morale in Firenze, e quella maravigliosamente bene avere saputa: la qual cosa egli non volle che nascosa fosse nell'undicesimo canto di questo trattato, dove si fa dire a Virgilio: «Non ti rimembra di quelle parole, Con le qua' la tua Etica pertratta», ecc., quasi voglia per questa s'intenda la filosofia morale in singularitá essere stata a lui familiarissima e nota. Similemente udí in quella gli autori poetici, e studiò gli storiografi, e ancora vi prese altissimi princípi nella filosofia naturale, sí come esso vuole che si senta per li ragionamenti suoi in questa opera avuti con ser Brunetto Latino, il quale in quella scienza fu reputato solennissimo uomo. Né fu, quantunque a questi studi attendesse, senza grandissimi stimoli, datigli da quella passione, la qual noi generalmente chiamiamo «amore»: e similmente dalla sollecitudine presa degli onori publici, a' quali ardentemente attese, infino al tempo che, per paura di peggio, andando le cose traverse a lui e a quegli che quella setta seguivano, convenne partir di Firenze. Dopo la qual partita, avendo alquanti anni circuita Italia, credendosi trovar modo a ritornare nella patria, e di ciò avendo la speranza perduta, se n'andò a Parigi, e quivi ad udire filosofia naturale e teologia si diede; nelle quali in poco tempo s'avanzò tanto, che fatti e una e altra volta certi atti scolastici, sí come sermonare, leggere e disputare, meritò grandissime laude da' valenti uomini. Poi in Italia tornatosi, e in Ravenna riduttosi, avendo giá il cinquantesimosesto anno della sua etá compiuto, come cattolico cristiano fece fine alla sua vita e alle sue fatiche, dove onorevolmente fu appo la chiesa de' frati minori seppellito, senza aver preso alcun titolo o onore di maestrato, sí come colui che attendeva di prendere la laurea nella sua cittá, com'esso medesimo testimonia nel principio del canto venticinquesimo del Paradiso. Ma al suo disiderio prevenne la morte, come detto è. I suoi costumi furono gravi e pesati assai, e quasi laudevoli tutti; ma, percioché giá delle predette cose scrissi in sua laude un trattatello, non curo al presente di piú distenderle. Le quali cose se con sana mente riguardate saranno, mi pare esser certo che assai dicevole testimonio sará reputato e degno di fede, in qualunque materia è stata nella sua Commedia da lui recitata.]

[Ma del suo nome resta alcuna cosa da recitare, e pria del suo significato, il quale assai per se medesimo si dimostra; percioché ciascuna persona, la quale con liberale animo dona di quelle cose, le quali egli ha di grazia ricevute da Dio, puote essere meritamente appellato Dante. E che costui ne desse volentieri, l'effetto nol nasconde. Esso, a tutti coloro che prender ne vorranno, ha messo davanti questo suo singulare e caro tesoro, nel quale parimente onesto diletto e salutevole utilitá si trova da ciascuno che non caritevole ingegno cercare ne vuole. E, percioché questo gli parve eccellentissimo dono, sí per la ragion detta, e sí perché con molta sua fatica, con lunghe vigilie e con istudio continuo l'acquistò, non parve a lui dovere essere contento che questo nome da' suoi parenti gli fosse imposto casualmente, come molti ciascun dí se ne pongono; per dimostrar quello essergli per disposizion celeste imposto, a due eccellentissime persone in questo suo libro si fa nominare; delle quali la prima è Beatrice, la quale apparendogli in sul triunfale carro del celestiale esercito in su la suprema altezza del monte di purgatorio, intende essere la sacra teologia, dalla quale si dee credere ogni divino misterio essere inteso, e con gli altri insieme questo, cioè che egli per divina disposizione chiamato sia Dante. A confermazione di ciò, si fa a lei Dante appellare in quella parte del trentesimo canto del Purgatorio, nel quale essa, parlandogli, gli dice: «Dante, perché Virgilio se ne vada»: quasi voglia s'intenda, se ella di questo nome non lo avesse conosciuto degno, o non l'avrebbe nominato, o avrebbelo per altro nome chiamato. Oltre a ciò, soggiugnendo, per la ragion giá detta, in quello luogo di necessitá registrarsi il nome suo, e questo ancora, accioché paia lui a tal termine della teologia esser pervenuto che, essendo Dante, possa senza Virgilio, cioè senza la poesia, o vogliam dire senza la ragione delle terrene cose, valere alle divine. L'altra persona, alla quale nominar si fa, è Adamo nostro primo padre, al quale fu conceduto da Dio di nominare tutte le cose create; e, perché si crede lui averle degnamente nominate, volle Dante, essendo da lui nominato, mostrare che degnamente quel nome imposto gli fosse, con la testimonianza di Adamo. La qual cosa fa nel canto ventiseesimo del Paradiso, lá dove Adamo gli dice: «Dante, la voglia tua discerno meglio» ecc. E questo basti intorno al titolo avere scritto.]