[La terza cosa principale, la qual dissi essere da investigare, è a qual parte di filosofia sia sottoposto il presente libro; il quale, secondo il mio giudizio, è sottoposto alla parte morale, ovvero etica: percioché, quantunque in alcun passo si tratti per modo speculativo, non è perciò per cagione di speculazione ciò posto, ma per cagion dell'opera, la quale quivi ha quel modo richiesto di trattare.]

[Espedite le tre cose sopra dette, è da vedere della rubrica particolare che segue, cioè: «Incomincia il primo canto dello 'Nferno». Ma avanti che io piú oltre proceda, considerando la varietá e la moltitudine delle materie che nella presente lettura sopravverranno, il mio poco ingegno e la debolezza della mia memoria, intendo che, se alcuna cosa meno avvedutamente o per ignoranza mi venisse detta, la qual fosse meno che conforme alla cattolica veritá, che per non detta sia, e da ora la rivoco, e alla emendazione della santa Chiesa me ne sommetto.]

[Dice adunque la nostra rubrica: «Incomincia il primo canto dello 'Nferno»: intorno alla quale è da vedere s'egli è inferno, e s'el n'è piú che uno, e in qual parte del mondo sia, onde si vada in esso, qual sia la forma di quello, a che serva, e se per altro nome si chiama che «inferno». E primieramente dico ch'egli è inferno: il che per molte autoritá della Scrittura si pruova, e primieramente per Isaia, il quale dice: «Dilatavit infernus animam suam, et aperuit os suum absque ullo termino»; e Vergilio nel sesto dell'Eneida dice: «Inferni ianua regis»; e Iob: «In profundissimum infernum descendet anima mea». Per le quali autoritá appare essere inferno.]

[Appresso si domandava s'egli n'era piú d'uno. Appare per lo senso della Scrittura sacra che ne sieno tre, de' quali i santi chiamano l'uno superiore, e il secondo mezzano, e il terzo inferiore; vogliendo che il superiore sia nella vita presente, piena di pene, di angosce e di peccati. E di questo parlando, dice il salmista: «Circumdederunt me dolores mortis, et pericula inferni invenerunt me»; e in altra parte dice: «Descendant in infernum viventes»; quasi voglia dire «nelle miserie della presente vita».]

[E di questo inferno sentono i poeti co' santi, fingendo questo inferno essere nel cuore de' mortali; e, in ciò dilatando la fizione, dicono a questo inferno essere un portinaio, e questo dicono essere Cerbero infernal cane, il quale è interpretato divoratore: sentendo per lui la insaziabilitá de' nostri disidèri, li quali saziare né empiere non si possono. E l'uficio di questo cane non è di vietare l'entrata ad alcuno, ma di guardare che alcuno dello 'nferno non esca; volendo per questo che lá dove entra la cupiditá delle ricchezze, degli stati, de' diletti e dell'altre cose terrene, ella o non n'esce mai, o con difficultá se ne trae; sí come essi mostrano, fingendo questo cane essere stato tratto da Ercule dello 'nferno, cioè questa insaziabilitá de' disidèri terreni esser dal virtuoso uomo tratta fuori del cuore di quel cotale virtuoso. Appresso dicono in questo inferno essere Carone nocchiero e il fiume d'Acheronte: e per Acheronte sentono la labile e flussa condizione delle cose disiderate e la miseria di questo mondo; e per Carone intendono il tempo, il quale per vari spazi le nostre volontá e le nostre speranze d'un termine trasporta in un altro, o voglian dire che, secondo i vari tempi, varie cose che muovono gli appetiti essere al cuore trasportate. Dicono, oltre a ciò, sedere in questo inferno Minos, Eaco e Radamanto, giudici e sentenziatori delle colpe dell'anime che in quello inferno vanno; e a costoro questo uficio attribuiscono, percioché grandissimi legisti furono e giusti uomini: per loro intendendo la coscienza di ciascuno, la quale, sedendo nella nostra mente, è prima e avveduta giudicatrice delle nostre operazioni, e di quelle col morso suo ci affligge e tormenta. E appresso, a quali pene ella condanna i peccatori, in alquanti tormentati disegnano.]

[Dicono quivi essere Tantalo, re di Frigia, il quale, percioché pose il figliuolo per cibo davanti agl'iddii, in un fiume e tra grande abbondanza di pomi, di fame e di sete morire; sentendo per costui la qualitá dell'avaro, il quale, per non diminuire l'acquistato, non ardisce toccarne, e cosí in cose assai patisce disagio, potendosene adagiare. E senza fallo sono quello che Tantalo è interpretato secondo Fulgezio, cioè «volente visione»; percioché gli avari alcuna cosa non vogliono de' loro tesori se non vedergli.]

[Fingono ancora in quello essere Isione, il quale, percioché essendo, secondo che alcuni vogliono, segretario di Giove e di Giunone, richiese Giunone di voler giacer con lei; la quale in forma di sè gli pose innanzi una nuvola, con la quale giacendo, d'essa ingenerò i centauri; e Giove il dannò a questa pena in inferno, che egli fosse legato con serpenti a' raggi d'una ruota, la quale mai non ristesse di volgersi: volendo per questo che per Isione s'intendano coloro li quali sono disiderosi di signoria, e per forza alcuna tirannia occupano, la quale ha sembianza di regno, che per Giunone s'intende; e di questa tirannia sopravvegnendo i sospetti, nascono i centauri, cioè gli uomini dell'arme, co' quali i tiranni tengono le signorie contro a' piaceri de' popoli: ed hanno i tiranni questa pena, che sono sempre in revoluzioni; e, se non sono, par loro essere, con occulte sollicitudini: le quali afflizioni per la ruota volubile e per le serpi s'intendono.]

[Oltre a questi, vi discrivono Tizio: percioché disonestamente richiese Latona, dicono lui da Apollo essere stato allo 'nferno dannato a dovergli sempre essere il fegato beccato da avvoltoi, e quello, come consumato è, rinascere intero; per costui sentendo quegli che d'alto e splendido luogo sono gittati in basso stato, li quali sempre sono infestati da mordacissimi pensieri, intenti come tornar possano lá onde caduti sono; né prima dall'una sollicitudine sono lasciati, che essi sono rientrati nell'altra; e cosí senza requie s'affliggono.]

[Pongonvi ancora le figliuole di Danao, e dicono, per l'avere esse uccisi i mariti, esser dannate ad empier d'acqua certi vasi senza fondo; per la qual cosa, sempre attignendo, si faticano invano: volendo per questo dimostrare la stoltizia delle femmine, le quali, avendosi la ragion sottomessa (la quale dee essere lor capo e lor guida, come è il marito) intendono con loro artifici far quello che giudicano non aver fatto la natura, cioè, lisciandosi e dipignendosi, farsi belle; di che segue le piú volte il contrario, e perciò è la lor fatica perduta. O voglian dire sentirsi per queste la effeminata sciocchezza di molti, li quali, mentre stimano con continuato coito sodisfare all'altrui libidine, sé vòtano ed altrui non riempiono. Ma, accioché io non vada per tutte le pene in quello discritte, che sarebbono molte, dico che questo del superiore inferno sentirono i poeti gentili.]

[Il secondo inferno, dissi, chiamavano mezzano, sentendo quello essere vicino alla superficie della terra, il qual noi volgarmente chiamiamo limbo, e la santa Scrittura talvolta il chiama il seno d'Abraam: e questo vogliono esser separato da' luoghi penali, vogliendo in esso essere istati i giusti antichi aspettanti la venuta di Cristo. E di questo mostra il nostro autore sentire, dove pon quegli o che non peccarono o che, bene adoperando, morirono senza battesimo. Ma questo è differente da quello de' santi, in quanto quegli che v'erano, disideravano e speravano, e venne la loro salute, e quegli, che l'autor pone, disiderano, ma non isperano.]