Chiedemmo però allo svizzero se quegli antri additati quali prigioni di Benvenuto e della Cenci servissero tuttora di carcere a qualche condannato. Ci rispose che le carceri erano in altra parte del Castello.
Forse, pensavo tra me, vi staranno i prigionieri politici. Li libereremo?... oh qual maggior soddisfazione? aprire il carcere ad un martire della patria!
Assistemmo allo sparo del cannone a mezzogiorno.
Dal ponte Sant'Angelo ci fu dato vedere degli zuavi che lavoravano di carriola e di vanga allegramente lungo le sponde del Tevere, allora in condizioni diverse da oggi. Forse eran tutti figli di famiglie civili, persone istruite e dabbene, forse eran laureati, professori, conti, duchi, baroni, e lasciavan la patria e gli agi di casa propria per venir qui a fare il manovale, il bracciante! Bisogna proprio convenire che la fede fa miracoli!
Rientrando nell'albergo ci si affacciò un frate zoccolante con una cassetta per la questua e noi, come ogni altro inquilino dell'Hôtel Minerva, pagammo senza batter becco il nostro tributo alle anime. Quel frate stava da mattina a sera sulla porta dell'albergo e poichè era albergo frequentato da persone ricche ed abbienti, fors'era questa una speculazione di diritto per qualche convento. Al proprietario dell'albergo, del resto, poteva far comodo come controllo della gente che andava e veniva; fors'anche costui poteva essere un arnese della polizia, ma per noi rappresentava soltanto un pedaggio assai noioso.
Sette od otto giorni si stette all'albergo della Minerva, ma soltanto a dormire. Ci scottava il suolo sotto i piedi in quelle camere e in quell'ambiente. Le pareti stesse potevano parlare. Oltre a ciò i prezzi erano molto elevati e di quattrini per andar incontro all'ignoto non avevamo certamente dovizia.
Avevamo perciò scoperto per i pasti un luogo abbastanza centrale, ma molto democratico. Era la trattoria dei Tre Ladroni in via dell'Umiltà, vicino al Corso. Ora non esiste più. Non vi si mangiava male, ma era un vero antro di Caco e l'insegna non poteva essere più adatta per simile ambiente buio, umido e pur troppo anche sudicio. Ci convenivano militari di bassa forza, borghesi di campagna e preti scagnozzi.
Il posto ci parve ottimo per eludere la polizia.
Ma una sera, anche là, poco ci mancò che non cadessimo in trappola.
Di fronte al nostro tavolo bevevano una foglietta di vino due legionari d'Antibo che, come guerrieri, non erano certo nè Ettori nè Ajaci e men che meno Adoni.