Uno dei difetti più facili a incontrarsi nelle pubblicazioni che riferisconsi a imprese guerresche e sono narrate in prima persona è quello di sgusciar, non volendo, nel Miles gloriosus di Plauto. Il Ferrari questo difetto non l'ha davvero: anzi, allorchè parla di azione, di eroismi, di pugna ei si ritrae, come una sensitiva, e pare voglia nascondersi...
Nulla però è più efficace della verità; e le scene dei cospiratori in via dei Quattro Cantoni, e il via-vai dei monsignori che vogliono convertire i garibaldini nell'ospedale sono bozzetti addirittura geniali.
Della campagna del 1867 non è stata scritta finora una storia esatta; importanti lavori ne furono pubblicati e non pochi. Basti il citare Da Terni a Mentana del Guerzoni e gli stupendi sonetti, in dialetto romanesco, di Cesare Pascarella, così cari al Carducci, e così efficaci nel ritrarre i particolari più salienti della spedizione dei settanta. Tutti però si sono limitati a dettare memorie personali o ad illustrare fatti isolati. Molti furono i canti, manca insomma il poema.
Sull'azione del glorioso manipolo che con Enrico Cairoli erasi consacrato alla morte, sul fatto stesso di Villa Glori molti furono e sono ancora i commenti, ma, per quanto possano essere disparati i giudizi, per quanto diverse le accuse, per quanto severe le critiche, rimarrà sempre il leggendario ardimento, il sacrifizio epico, la morte radiosa preferita alla complicità della inerzia... Villa Glori fa oggi parte della nostra Epopea nazionale e, finchè innanzi alla colonna funerea, inalzata accanto al mandorlo alla cui ombra esalò l'anima grande Enrico Cairoli, si raccoglieranno, nel glorioso anniversario, i giovani nostri, non ci è da disperare dell'avvenire.
L'esempio di chi muore per un'idea è sempre proficuo.
Lumeggiare, in ogni suo particolare, l'azione grandiosa di un popolo che tanto operò e tanto sofferse per avere una patria — insegnare ai giovani, quanto sia facile farsi maggiore d'ogni privazione e affrontare qualunque sacrifizio, quando si ha la fede nel cuore — dimostrare colla semplice narrazione dei fatti che colla costanza si vincono tutte le nobili cause, e far tutto questo alla spicciola, senza andare in cerca di parole lambiccate, di frasi contorte, di citrullerie metafisiche, e di mirabolanti astrazioni filosofiche, è la propaganda più efficace, la più pratica delle lezioni.
Questo ha voluto fare, e ci è riuscito, il Ferrari, e voglio sperare che il suo libro avrà tra i giovani molti lettori.
È deplorevole che quasi tutti coloro i quali frequentan le scole, conoscano, almeno di nome, gli eroi dell'evo antico e sieno affatto digiuni di ogni notizia su chi di quelli eroi seppe accettare il retaggio.
Eppure gli ultimi non impallidiscono innanzi ai primi e talvolta ne vincono il paragone.
Masina che muore, lanciando il proprio cavallo fino al primo pianerottolo del casino dei Quattro Venti può stare alla pari di qualunque paladino dell'Ariosto: Bronzetti che non si ritira e, morendo a Castel Morone, assicura la vittoria del Volturno non ha nulla da invidiare a Leonida: Enrico Cairoli che gitta l'anima grande all'avvenire, e cade col revolver in pugno, proferendo il nome della mamma, è la espressione più nobile del cavaliere dell'ideale.