Non si può negare che nella campagna romana del 1867 non vi sia stato un abuso enorme di autopromozioni, le quali non contribuirono che a creare maggior confusione. Chi era tenente diventò ipso facto capitano, chi capitano si fece maggiore, i maggiori divennero colonnelli; e siccome di camicie e distintivi chi n'aveva n'aveva e chi non ne aveva ne facea senza, così la cosa finiva quasi in burletta e veniva a mancare quel rispetto che tiene e dee tenere anche il volontario in soggezione al suo superiore, riconosciuto appunto dall'esteriorità dei distintivi. Però vi furono anche in ciò delle brave eccezioni.

Una mattina, scendendo dall'albergo vedemmo tutto il portico stipato di gente. Erano in gran parte pezzenti.

— Che fate qui? chiesi ad uno di loro.

— Veniamo ad arruolarci con Garibaldi, mi rispose.

— E chi è che arruola?

— Quel signore là, e m'accennò infatti uno che scriveva dei nomi e dispensava quattrini.

Immediatamente ne avvisammo Enrico. Scese e verificato il fatto, n'avvertì il Caldesi ed insieme penetrati nell'ufficio riconobbero gli arruolatori. Erano ex-ufficiali dell'esercito, il maggiore Ghirelli ed i capitani Gigli e Gulmanelli.

Non comprendevasi però allora quale necessità vi fosse d'arruolamenti speciali, mentre tutti ci calcolavamo arruolati, nè sapevasi spiegare la dispensa di quei quattrini, mentre da parte nostra tanto se ne difettava. Più tardi il mistero non fu più tale: il Ghirelli arruolava coi danari del governo, ma voleva agire indipendentemente dai comandi dei Fabrizi e di Menotti Garibaldi. Più d'uno fu preso alla pania, credendo sempre d'arruolarsi con Garibaldi, ed io ricorderò fin che vivo la contentezza del povero dottor Adamo Ferraris (morto a Digione) quando, da noi avvertito del fatto, potè in qualche modo levarsi dall'impegno che aveva preso colla legione romana.

Mentre in Terni c'era tanta libertà d'opinione, nelle altre città d'Italia continuavano gli arresti e le vessazioni. Anche in Terni però ci doveano essere degli spioni, ed il curioso si è che questi erano sorvegliati da quelle stesse guardie e da quei carabinieri che pedinavano i garibaldini.

Un giorno a pranzo, presente il solito circolo d'amici, avemmo una fiera disputa con un signore sconosciuto, il quale osò apertamente biasimarci perchè, penetrati in Roma, n'eravamo poi usciti. Noi gli chiedemmo come avrebbe fatto a vivere senza mezzi e se per vivere colà intendeva che ci dessimo a rubare. Ei ribattè che c'erano dentro ancora il Cucchi ed altri molti, e quelli di certo non rubavano. Noi replicammo inviperiti; la cosa minacciava di farsi seria. I signori Castellani, Perozzi, D'Andreis ed altri si misero di mezzo e fecero tacere ed anche vergognare quell'uggioso.