Aspettammo impazienti il domani, certi di sentire all'alba tuonare il cannone, invece...... nulla.
Le visite in quel giorno furono pochissime. Evidentemente gli animi erano tutti assorbiti da altri pensieri.
Scorsero così due giorni di penosa aspettativa, giorni lunghissimi, noiosi, insoffribili.
Ma alla sera del secondo giorno un prete molto ciarliero, già cappellano nell'armata francese e che veniva spesso ad annoiarci discutendo di politica con quella tracotanza che è tutta propria della sua nazione, venne a visitarci e quasi trionfante ci disse:
— Ora sarete contenti: le truppe francesi stanno sbarcando a Civitavecchia.
Infatti era vero.
Il giorno seguente parecchi ufficiali francesi vennero a visitare l'ospedale. Uno di costoro vedendo appesi ai nostri letti scapolari e medaglie (regali di monaci e suore) ci credette feriti papalini e si rallegrava con noi perchè la nostra devozione ci avea salvati dalla morte. L'equivoco ci fece ridere non poco ed ei rimase, a dir vero, un po' male quando se ne accorse.
Noi però ancora speravamo!
Ma al mattino del giorno 4 novembre d'improvviso la porta della nostra sala si spalancò e questa fu invasa da una turba di flebotomi ed infermieri. Poco dopo comparvero quattro soldati sostenendo un ferito, poi un altro, poi un terzo, un quarto. Alcuni potevano camminare, altri eran portati a braccia o sovra un materasso, molti gemevano, altri imprecavano, chi era ferito alla testa, chi alle braccia, chi al petto, e tutti erano trasportati in una stanza attigua alla nostra, ove erano stati adattati alcuni letti.
Erano i feriti di Mentana.