Se questo è il generale, pensai fra me, che cosa sarà l'armata?
Era morto da due o tre giorni il Moruzzi, quando un dopo pranzo venne un ufficiale coll'ordine di trasportare alle carceri i numeri uno, tre e sette, che corrispondevano ai nomi di Cairoli, Bassini e Castagnini. Il Bassini infatti avea occupato il posto vicino al mio lasciato vuoto dal Moruzzi.
Invano facemmo osservare all'ufficiale che era materialmente impossibile il trasporto del Bassini; egli insisteva pretestando l'ordine ricevuto. Mi offersi d'andar io in sua vece. Non ne volle sapere. Replicò che io era il numero due e che egli avea l'ordine per il numero tre. Finalmente ci riuscì di far chiamare un medico, il quale constatò la gravità del ferito e sulla propria responsabilità contrordinò il trasporto per il Bassini, che così rimase con noi.
Ma Giovannino e il Castagnini ci dovettero lasciare e ci dividemmo colle lagrime. Fu quello l'ultimo bacio. Il povero Giovannino non lo dovevo più rivedere!
XII.
Nuovi tormenti e nuovi tormentati.
— Madre superiora, noi ci presentiamo ancora una volta al venerabile arcispedale di Santo Spirito. Sia ringraziato Iddio benedetto! Per noi è andata abbastanza bene, ma le garantisco che fu un brutto affare, assai brutto.
Queste parole, colle quali uno dei medici, e precisamente quello eccentrico che ho più sopra descritto, salutava la Superiora delle suore entrando nella nostra sala dopo due giorni d'assenza, ci fecero intendere che qualche cosa di grave dovea essere accaduto.
Nulla, già lo dissi, a noi si lasciava trapelare di quanto avveniva fuori dell'ospedale. Dei fatti di Porta S. Paolo, del Campidoglio, di Casa Ajani, di Monte Rotondo noi non sapemmo nulla fino all'arrivo dei feriti di Mentana. Potemmo però comprendere chiaramente da quelle parole che un fatto d'armi era occorso e favorevole ai nostri. Infatti quel sanitario era reduce da Monterotondo.
Alla porta della sala c'era costantemente una sentinella che avea consegna di non lasciar passare se non le persone conosciute e quelle addette al servizio. In quella sera uno dei flebotomi che diceva essere stato sanitario al tempo della repubblica romana, mi confidò sottovoce e sotto sigillo che l'indomani Garibaldi avrebbe assalita Roma.
Questa notizia, ripetuta fra noi, ci riempì di gioia. La tristezza e la preoccupazione invece nell'ospedale si vedean dipinte in volto a tutti, militi, suore e prelati.