E per i medici aggiungerò che la morte fu cagionata: per ventiquattro, da ferite trasfosse di vario genere; per due, da ferite penetranti nell'addome con lesione del retto e della vescica; per nove, da ferite penetranti nel petto, con grave lesione polmonare; per dodici, da fratture semplici; per cinque da fratture comminute, e due spirarono appena portati all'ospedale.
E basti delle cifre.
Appena entrato nella corsia, mi sentii chiamare per nome. Mi volsi e riconobbi il maestro elementare. Tosto mi pregò di scrivergli altre lettere, non avendo potuto trovare un nuovo segretario.
Chi venendo dalla Città Leonina imbocchi la Lungara, a pie' della salita che guida a Sant'Onofrio, di fronte al manicomio, vedrà un locale abbastanza ampio che allora aveva la forma di un granaio, specialmente nel piano superiore. Ora venne ristaurato e ripulito e vi si è allogata la ditta Calzone e C., la quale vi stabilì un suo laboratorio di cartonaggio.
Questo era il nuovo ospedale improvvisato. Il mio letto stava al piano superiore sull'angolo e portava, se ben ricordo, il numero ventiquattro.
Si fece presto conoscenza coi nuovi amici, specialmente coi vicini. Fra questi rammento il capitano marchese Ronco di Genova, gentiluomo distinto e soldato valoroso. Si era segnalato in tutte le campagne dell'indipendenza, rimanendo però sempre incolume. A Mentana invece era stato colpito nel momento in cui si credeva meno esposto, mentre stava ragionando con un suo amico, senza pensare menomamente a pericoli. La sua conversazione era piacevole, perchè colto ed arguto parlatore. Pochi anni dopo seppi con vero cordoglio da un comune amico che era morto, non però per la ferita o per conseguenze riportatene.
Come si prevedeva, a Sant'Onofrio si era caduti in peggio d'assai quanto al trattamento. Mancava anzitutto la schietta cortesia del capitano Galliani; il vitto era ben altro da quello dello spedale militare; il servizio era fatto da inservienti di piazza o da infermieri salariati ben diversi dai militari. Cotesti infermieri ci frodavano atrocemente sulle spese e sulle commissioni. Il locale pure era basso ed opprimente e le finestre da un lato sovrastavano ad un letamaio od immondezzaio. Quindi le condizioni igieniche infelicissime. Da ultimo avevamo peggiorato anche quanto a libertà e perfino quanto all'assistenza delle suore. Quelle di Santo Spirito appartenevano alle dame di S Vincenzo, volgarmente dette Cappellone, dall'enorme cuffia a vela inamidata che portano in testa. Erano disinvolte, andavano venivano, e facevano le faccende loro con alacrità e senza inceppamenti o pastoie di regole e di prescrizioni. Queste di Sant'Onofrio, oltre all'avere un vestito incappucciato e chiuso, sembravano impacciate anche nel camminare, procedevano lente lente, nè potevano accostarsi al letto di un ammalato se non a due a due; avean l'aspetto gesuitico e per colmo erano brutte ed antipatiche. Seppi di poi che tra queste e quelle di Santo Spirito esisteva un odio implacabile, che non cessò finchè le Cappellone non furono sfrattate dall'ospedale e mandate lontano.
Di queste ultime, ripeto, non posso dire che bene, e ricorderò sempre la madre superiora, ottima dama belga, che parlava distintamente l'italiano, disinvolta, franca, intelligente e di florido e piacevolissimo aspetto.
Questo mi è rimasto talmente impresso, che pochi anni sono, ossia circa ventisei anni più tardi, trovandomi un giorno tra una corsa e l'altra fermo alla stazione di Catania e adocchiando un crocchio di suore che, reduci da chi sa quali lidi, si salutavano fra loro cordialmente, fra l'agitarsi di quelle candide cuffie che sembravan vele di navigli spiegate, mi colpì una fisonomia che fra me stesso giuravo di aver veduta altre volte, benchè certo forse dovesse essere di molto mutata dal tempo.
Il fischio importuno della vaporiera mi impedì di fissare più oltre il placido sorriso della suora, ma quando era proprio il momento del partire, un lampo dei passati ricordi mi fe' trovare vivo e presente, fra le traccie d'una incipiente vecchiaia, il sorriso gentile della mia amabile infermiera d'un tempo. Il treno già si moveva ed istintivamente non potei a meno di mandarle colla mano un amichevol saluto. La suora chinò gli occhi. La poveretta l'avrà creduto uno scherzo ed era invece il saluto della riconoscenza che un antico suo ammalato le mandava.