Dei vicini nostri partivamo io e il Bassini. Questi era allora in buone condizioni. Più tardi invece le ferite gli si riaprirono e sofferse una lunga e penosa malattia. Le bajonette gli avevano forato un intestino.

La nostra partenza fu motivo di grande accoramento e di dolore per gli amici costretti a rimanere. Il capitano Ronco, la ferita del quale in quei giorni avea assunto aspetto cancrenoso, quando ilare e contento lo salutai facendogli coraggio:

— Addio, addio, mi disse; non ci rivedremo più, sai.

— Perchè?

— Perchè io non uscirò di qui che per andare a Campo Verano!

Baciai tutti gli amici, ci scambiammo vicendevolmente promesse ed auguri, salutammo con vera effusione d'affetto il buon capitano Galliani, ringraziammo i medici, e allegri come andassimo a nozze lasciammo l'ospedale per andare in patria.

Invece andavamo a... Castel Sant'Angelo!

Attraverso corridoi, scale ed androni, a suon di chiavacci e di cancelli arrugginiti, fummo introdotti in uno stanzone lungo e buio, difeso dal freddo e dall'umido della notte con impannate di tela e lungo il quale in terra era disposta della paglia con dei sacconi.

Al lume delle fiaccole rividi il Campari, il Colombi e il Fiorini, i tre compagni che vollero rimanere nella vigna per curare i feriti, restando così prigionieri volontari, i fratelli Rosa di Bergamo ed altri che non ricordo.

Nella stessa prigione stavano pure molti fra gli arrestati della città. Ce n'era d'ogni condizione. C'era pure un clown di compagnia equestre che ogni tanto per tenersi in esercizio dava spettacolo di salti e capriole. Costui stette in prigione fino al 1870 e appena liberato ritornò al primitivo mestiere. Il poveretto finì più tardi la vita in un ospedale di Bologna, cieco d'ambedue gli occhi.