Avevo allora diciannove anni ed uscivo di recente da un convitto diretto da religiosi ove ero stato otto anni. L'impresa del padre cappuccino non sarebbe stata quindi per sè malagevole. In circostanze normali e richiamando i ricordi del collegio, il confessarmi e comunicarmi avrebbero rappresentato nulla più che l'adempimento d'una pratica di religione. Nelle condizioni d'allora invece sarebbero state una confessione di resipiscenza, una vera ritrattazione del mal fatto. Per questo io non volli saperne. Si voleva operare su di me una conversione per poi forse menarne vanto e gridare al miracolo; ed io non intendevo prestarmi a simile chiasso menzognero.
Il padre francescano ricorse a tutti gli argomenti d'una sconclusionata dialettica per indurmi a fare quanto non volevo, e fra l'altre cose tentò di incutermi almeno un'oncia di rossore per trovarmi in quello stato ed in mezzo a quella compagnia di vassalli, com'ei li chiamava.
Per far comprendere quest'uscita del frate, m'è forza accennare ad un fatto spiacevolissimo e per noi doloroso accaduto il giorno prima nella corsia.
Alcuni nostri prigionieri che erano degenti allo spedale, perchè affetti da febbre o da altra malattia, guariti che furono, ad evitare il ritorno nelle carceri, cercavano di rendersi utili aiutando gli infermieri, assistendo i compagni feriti, prestandosi alla distribuzione del vitto, al riassetto delle corsie. La Direzione e la Polizia chiudevano un occhio e lasciavano fare.
Uno di questi però, che era forse il più sollecito ed il più mattiniero e non isdegnava rendere anche i più bassi servigi con una abnegazione veramente mirabile, fu notato che bazzicava frequentemente al letto di un ferito il quale, per la immobilità cui era condannato, da noi si giudicava gravissimo. L'osservazione a lungo andare sì mutò in sospetto, che comunicato di bocca in bocca assieme a qualche tacito lagno, pervenne all'orecchio di uno dei gendarmi di guardia. Questi, in un momento in cui il compagno sano adempiva i soliti uffici, ordinò agli infermieri di mutar posto al ferito, poi fece rovesciare il materasso e nel saccone si trovarono pur troppo parecchi oggetti stati involati di sotto ai guanciali dei compagni mentre dormivano.
Inutile dire l'indignazione generale. Tutti protestammo di non voler più per compagni quei due, ed infatti poche ore dopo una vettura della polizia li trasportava altrove.
Il padre Francesco alludeva a questo fatto quando deplorava la mia condizione. Gli risposi che ogni regola ha la sua eccezione. Anche tra gli apostoli vi fu un Giuda e Cristo morì pur esso fra due ladroni senza che ne fosse per ciò disonorato!
Il frate inorridì della risposta e del paragone, mi trattò da bestemmiatore e disperando di riuscire a nulla, desistette dalle inutili sollecitazioni.
Se i connotati avuti non sbagliano, questo frate stesso pochi anni di poi fece più che insistenza, quasi violenza per poter assistere al suo letto di morte Urbano Rattazzi, di cui era conoscente ed amico. Non ricordo se riuscisse nell'impresa, nè se con l'illustre uomo di Stato i suoi tentativi abbiano avuto miglior fortuna che con me.
L'ordine per la partenza nostra venne alla sera e si estendeva a tutti quelli la cui condizione di salute permetteva il viaggio.