Chè col pensier, che or giace in mille omei

E sì ritrova in le più basse stigie,

Beatissimo in ciel mi troverei!

Io vi confesso, amo il Visconti; ma essendomi egli per condizione d’assai superiore, temo che il suo amore mal possa essere per me costante; e tardo ad acconsentire a diventar sua!

— Mio angelo, sclamò Isabella, quanto sei buona e saggia! — Ma io non ho altro mezzo; Visconti è uom d’onore, lo conosco; nè ama il Moro, che gli spense il suocero: lui incarica, in nome dell’amor che ti porta, di far per mezzo sicuro pervenir questa mia lettera al Duca di Calabria mio padre. — Se il tempo verrà (come può essere in breve) che io sia felice, Carolina, io ti innalzerò a tal grado, che non avrai più a dubitare di non essere degna del gentile e nobile tuo adoratore! — E, in così dire, porse alla ancella favorita la sua lettera: Carolina arrossì un’altra volta; si terse una lagrima di commozione, e baciando la mano della sua signora che l’andava accarezzando, fatto un leggiero inchino si ritirò.

Isabella rimasta sola gittò un sospiro. — Ah, il cielo in mezzo a’ rigori suoi sempre alcun raggio ci serba di sua benevolenza! Fra i patimenti angosciosi del mio animo, io non posso al tutto chiamarmi infelice, avendo figli che dolcemente le mie viscere commovono, un consorte adorabile, ed una sì ingenua e sincera amica!

Un momento dopo ricomparve il Duca. — Egli non fece rimproveri alla diletta sua sposa. — Riuscii a placare Lodovico, diss’egli: mia cara, se m’ami, frena con lui il tuo sdegno: credimi egli è assai migliore che tu non lo stimi.

Isabella, valutando il contegno generoso verso di lei del debole suo marito, nulla replicò: ma slanciossi fra le sue braccia, e vi stette singhiozzando per qualche tempo.

Capo VII. IL MAL CONSIGLIO

Intanto Lodovico il Moro, dopo essersi diviso dal nipote; al quale fece pienamente comprendere la sconvenevolezza della condotta della duchessa Isabella, e come tutto quello che fin allora da lui si era fatto era stato operato con viste leali e generose; di che Gian-Galeazzo parve pienamente persuaso: dopo ciò, dico, egli passò nell’appartamento proprio posto, come il lettore sa, nel castello medesimo, e non molto discosto da quello del duca di Milano; e quivi, fatto un cenno leggero alla moglie Beatrice che trovò in colloquio col Maestro generale della corte, con essa passò a restringersi in una appartata e segreta stanza.