Due giorni si fermò Lodovico presso al Re; poi ritirossi a Nom, castello del ducato di Milano discosto solo tre miglia da Asti. Il Re, cresciuto appresso alla sorella sua Anna di Francia stata reggente, ed educato nella petulanza muliebre, come si esprime il Corio, non tardò molto a dar saggi del suo umore scherzoso; e con varie dame si mostrò tosto assai vivace e galante, obbliando la propria dignità. Egli fu da varie di esse molto bene corrisposto; poichè l’eminenza del grado facea loro obbliare i torti della natura: e, profuso in mezzo all’estrema penuria di danaro in che trovavasi, ei fece a queste vaghe sue favorite ricchi donativi di anelli preziosi. Ma mentre Carlo perdevasi nelle delizie de’ voluttuosi piaceri, il Duca di Bari ed Ercole Estense duca di Ferrara consideravano invece le forze di lui, cui essi opponevano ai parenti di Isabella che liberarla volevano dalla schiavitù dello zio usurpatore.

Computando la gente che erasi recata a Genova e quella che coll’Obigny militava in Romagna, Carlo avea per la sua impresa oltre 200 gentiluomini della sua guardia; 1600 uomini d’arme, dette lancie, ciascuno dei quali (come in Francia usavasi) avea due arcieri, sicchè sei cavalli erano sotto ogni lancia; sei mila fanti svizzeri; sei mila fanti francesi, metà dei quali guasconi, che passavano allora per più valorosi. Per unirsi a quest’esercito erano state condotte per mare a Genova quantità grande di artiglierie da battere le muraglie ed usare in campagna: e queste non già bombarde pesantissime e difficili a maneggiarsi, come si usavano in Italia ove erano trascinate da’ buoi; bensì pezzi più spediti, chiamati cannoni, con palle di ferro, agilmente sulle loro carrette tirati dai cavalli, ed i cui colpi spessi facevano effetto ben più formidabile contro gli oggetti cui erano rivolti. E se le armi erano più terribili, più terribili pure erano gli animi de’ combattenti; perchè molti erano in quell’esercito gentiluomini avidi di segnalarsi; e in generale i soldati erano migliori che quelli d’Italia; ove le compagnie, più spesso arruolate dai condottieri e da loro mal pagate, erano composte di vera feccia, nè aveano i loro numeri interi, nè erano troppo bene di cavalli ed armi provvedute; per tacere del carattere impetuoso de’ francesi, che per amor d’onore sanno far grand’impeto, almeno sulle prime, al che pur li eccitavano i premj, consistenti negli avanzamenti, che erano graduati fino al capitanato. E quanto ai capitani e baroni poi, essi nulla più desiavano che di segnalarsi agli occhi del re, nè accadeva fra loro quello che avveniva in Italia; ove i condottieri erano men zelanti e mal fidi, non badando che a’ loro privati interessi, ed abbandonando spesso un principe se vedeano di poter prender servizio con più vantaggio sotto il suo nemico; ed ove perciò bastava a que’ soldati avari, fatto un prigioniero, rimandarlo spogliato delle armi ed in camicia. Ancora poi era notabile questa diversità nel modo di combattere tra i fanti francesi e gli italiani, che questi combattevano sparsi per la campagna e disordinati; mentre i francesi, come gli svizzeri, pugnavano con schiere ordinate, e distinte a certo numero per fila, opponendo a’ nemici un muro di armi più formidabile.

Tanta superiorità di forze fece quasi sbigottire il Duca di Bari, timido e sospettoso. Guai se al Re venisse in mente di ajutar il nipote suo, pensando che uno stretto parente, come gli era Gian-Galeazzo, gli gioverebbe meglio sul trono di Milano che non un estraneo! E d’altro canto, i popoli aggravati di imposte presentavano facilità grande ad essere mossi. Egli deliberò adunque di tentar ogni mezzo perchè il Re presto sgombrasse, attraversandola, la Lombardia. Ma, per mala sorte, Carlo appunto allora cadeva ammalato di vajuolo; onde si dovette fermare in Asti molti giorni, distribuito l’esercito in quella città e nelle terre vicine. Quella malattia fu pericolosa; ma la febbre avventurosamente fra sei o sette dì cessò. Risanato il Re però, non sapeva ancora ben risolversi a proseguire il suo viaggio; perchè di danaro difettava, e considerava che le sue forze erano ben tenui per attraversare tutta l’Italia e giungere abbastanza grosso da abbattere un nemico che egli giudicava assai potente. Molti fra i suoi cortigiani lo dissuadevano ancora da una spedizione, il cui esito sembrava tuttavia tanto incerto.

Ma Lodovico il Moro seppe toglierlo dalle sue perplessità. Ogni giorno egli intrattenevasi col consiglio che l’andava regolarmente a trovare nel suo castello di Nom; e poichè il Re si fu alquanto ristabilito, a lui recatosi, cominciò con un eloquente ragionamento ad esercitare su di esso quell’influenza potente, che sapea far sentire a tante persone autorevoli nell’Italia, ed al proprio nipote.

— Siate di buona fede, signor Lodovico, diceva il Re dal letto in cui stava ricuperando le smarrite forze; allora voi non mi consiglierete già di andar oltre con mezzi sì scarsi di gente e danaro, come sono quelli che trovansi a mia disposizione: su via, rispondete a questo! È su ciò che io voglio sentirvi!

— Sire, rispondeva nell’idioma francese il Moro, i vostri timori dileguate: voi sapete, che ora le vostre genti unite alle milanesi respingono il Duca di Calabria inoltratosi nella Romagna; mentre sul genovese otteneste già altri successi. E quanto a quest’Italia che vi dà a pensare, piacciavi, o Sire, considerare, che essa si compone di molti stati poco ragguardevoli, i quali nulla ardirebbero contro la Maestà Vostra: in Italia soli tre pontentati noveransi che noi riputiamo grandi; e sono, Milano, i Veneziani, e il Regno di Napoli: or voi ne avete uno tutto vostro; l’altro, che sono i Veneziani, stanno neutrali, desiderando anche il male del Re di Napoli che essi odiano; e quanto al regno di Napoli, esso è pronto ad insorgere a favor vostro, tanto sono colà i baroni malcontenti e i popoli oppressati. Voi trionferete agevolmente, credetemi, de’ vostri nemici; e ricordivi che furonvi de’ vostri predecessori che ebbero vittoria su altri molto maggiori. Questo è momento opportunissimo per coprirvi di gloria immortale. Se voi mi prestate fede, io ajuterovvi a farvi maggiore che non fu mai Carlomagno; perchè tosto che sarà in poter vostro il Regno di Napoli, cacceremo il Turco dall’impero di Costantinopoli; e di tal modo la vostra fama brillerà più splendida di quella di tutti quanti i vostri predecessori!

A tali idee di gloria, il Re rianimava il fuoco degli occhi cui la grave malattia alquanto avea spento. — Ma, mio caro signor Lodovico, soggiungeva poi, io manco di danaro; e voi forse non amerete spoverire per me il vostro tesoro, che pur passa pel più ricco della cristianità?

— Voi mi offendete, Sire; per quanto il permettono l’angustie dei tempi, voi mi troverete sempre pronto a sovvenirvi; ed io vi farò sborsare ora, senza indugi, una somma; ed altra vi sarà consegnata a Pavia.

— Ah, così, va bene, così va bene! con questi sussidj, noi potremo quanto prima metterci in cammino; ed essendoci Firenze amica, non nemica Venezia, cercheremo accordarci col papa; e riserberemo il ferro contro il solo Reame di Napoli, alla cui conquista però spero ci sarà giovevole la crudeltà di que’ principi, che tanto disaffezionò, dicono, la loro nazione e più ancora que’ baroni!

Di tal modo Carlo si risolvette a proseguire con celerità la sua impresa: è vero che qualcuno non cessava di sconsigliarlo, e fra questi il generale Brissonnetto; il quale disse anche apertamente al Re, che Lodovico tutti li ingannerebbe: ma, poichè esso era assai leggero nelle parole, molto non gli si badò; benchè dicesse il vero. Il Re deliberò di mandare ambasciatori a Venezia; ed uno di questi fu lo storico Comines, che in tal occasione potè considerare per la prima volta la ricca ed ampia città di Milano, e il suo territorio. — Intanto il Re, dopo circa un mese di dimora in Asti, ne partiva il 6 di ottobre, lasciando al governo di quella città il Duca d’Orleans suo consanguineo; e il dì 8 giungeva a Casale, ove dalla Marchesana fu ricevuto con splendidezza. Questa vedova, giovane e valorosa, mortale nemica del Duca di Bari, era figliuola del re di Servia; ed essendo stato il suo paese occupato dal turco, l’imperatore suo parente, appresso al quale si ricoverò, data l’avea in moglie a quel marchese. Essa prestò, ella pure, le sue gioie al Re di Francia, come fatto avea la Duchessa di Savoia, perchè le impegnasse a ricavarne danaro. Il Re si trattenne in Casale il giorno 9, per solennizzare la festa di San Dionigi protettore di Francia; e il dì vegnente andò a pernottare a Mortara. Quindi la sera dell’11 fu a Vigevano; ove il Duca di Bari avea di già fatti fare molti apparecchi per riceverlo, ed al suo arrivo venne ad incontrarlo colla moglie ed onorevolissimo seguito. Vi si trattenne il dì dopo, che era domenica; e il giorno appresso fece poi la sua solenne entrata in Pavia; ove casi più degni della nostra attenzione stanno per presentarcisi.