Capo X. GLORIE ED USI DI MILANO
Ma prima di narrare ciò che accadde durante il soggiorno del Re in Pavia, piacemi un istante tener dietro al bravo Filippo Comines che con stupore osservava la Lombardia, sclamando che essa era il più bello e più ricco paese del mondo; e considerava attentamente lo stato materiale e morale della nostra città.
Egli trovò nel Castello di Pavia Bernardino Corio, storico anch’esso, e che era cameriere ducale: in breve l’uno imparò a stimar l’altro; e Corio volle essere guida al Comines, non solamente in Pavia, ma eziandio in Milano ove si propose di condurlo egli stesso. Pavia a que’ tempi era città assai più florida che poi non fu; perocchè molte volte venne in appresso saccheggiata nelle guerre che seguirono al principio del successivo secolo XVI. Un’iscrizione, più antica di un secolo e mezzo del tempo di cui parliamo, le dava il titolo di seconda Roma. Corio fece osservare al Comines il bel ponte di pietra su cui si passa il Ticino, fabbricato nel 1351-52; e posteriormente abbellito, fortificato, e coperto, da Galeazzo II Visconti che a torto il Morigia dice fondatore di quello. Nel mezzo, avea una torre con ponte levatojo. I più antichi templi della città pure furono dal Corio additati al Comines, varj de’ quali ricordano la dominazione de’ Longobardi: in uno di questi, chiamato S. Pietro in cielo d’oro, gli mostrò l’arca marmorea di s. Agostino scolpita vagamente da uno scolare del Balducci, come si crede, nel secolo XIV; mostrogli la torre rotonda ove gran tempo stette imprigionato Boezio, e che da lui avea preso il nome; torre che allora veniva creduta dal volgo abitata dagli spiriti, perchè all’intorno era fregiata da alcune immagini di terra cotta le quali, essendo vote internamente, al soffiar del vento producevano un sibilante mormorio, sia per caso sia per invenzione dell’artista che le costruì. Mostrogli pure il Palazzo del comune; la statua di bronzo di Antonino Pio, che i Pavesi tolsero ai Ravennati, e collocarono sopra una colonna nella piazza davanti alla cattedrale; nè lasciò di far notare al distinto straniero l’università, fondata essa pure da Galeazzo II Visconti, principe che per crudeltà e tirannide si segnalò, non meno che per la protezione che impartì alle lettere. Lodovico il Moro stava allora facendo erigere il magnifico edifizio che egli destinò ad essa università, famosa e allora frequentatissima (edifizio che tuttora si ammira); come poi più tardi, cioè nel 1496, con un suo editto, dopo aver lodati quegli studj, volle che i collegi de’ giureconsulti, degli artisti, de’ medici e de’ filosofi, fossero esenti da ogni gravezza. Per ultimo il Corio mostrò al proprio ospite il famoso castello o palazzo alzato da Galeazzo II Visconti, col magnifico parco unitovi, allora celebratissimi per tutta l’Italia.
Di quel Castello famoso, di cui gran parte tuttavia si conserva, noi daremo piena notizia al lettore, avido di confrontare gli oggetti del lusso antico con quelli del presente. L’edifizio è di forma quadrata: e nel mezzo ha una gran corte, che comodissima riusciva per eseguirvi giostre, torneamenti, ed altri giochi, allora assai amati da’ principi; intorno alla quale sorgono bei porticati, tanto di sopra quanto di sotto, colle loro colonne di marmo, e con scale fatte in maniera che vi si potesse salire a cavallo fino alla cima. Le sale e camere, tanto superiori che a terreno, erano tutte in vôlte, e quasi tutte dipinte a varie vaghe istorie e lavori, coi cieli colorati di finissimo azzurro, e ne’ quali campeggiavano diverse sorta d’animali fatti d’oro, come leoni, leopardi, tigri, levrieri, bracchi, cervi, cignali, ed altri: di queste camere, le più vagamente ornate erano quelle della parte del castello che guardava verso il parco; ed era colà che trovavasi un gran salone, lungo circa sessanta braccia e largo venti, tutto istoriato con bellissime figure rappresentanti cacce, pescagioni e giostre, con varj altri trattenimenti de’ duchi e duchesse milanesi. Di tutte queste pitture, una gran parte era stata fatta eseguire da Galeazzo Maria Sforza, padre del duca vivente, il quale si era servito del valente pennello di Bonifazio Bembo, pittore cremonese; e gli avea fatte rappresentare soprattutto molte circostanze solenni della propria vita, le quali erano appunto cacce, ambascerie ricevute, solenni entrate, e cose simili. Nel mezzo della sala ora descritta poi, v’era un gran finestrone, largo dieci braccia ed alto dodici, con un gran balcone davanti, munito di cancelli di ferro, e sporgente sei braccia sopra la fossa, che larga e piena d’acqua gira intorno al castello; balcone sul quale usavano i duchi, nella state, cenare per prendervi il fresco, al suono di tromboni, cornetti, flauti, e d’altri stromenti. Il Castello poi avea quattro torri assai belle, a’ suoi angoli; delle quali quelle volte verso il parco furono dalle artiglierie francesi abbattute nel 1527. Sopra quella che era alla mano destra della porta maggiore per cui entravasi nel castello, era un orologio di maraviglioso meccanismo, già fatto costruire da Gian-Galeazzo Visconti, e che non solamente colla freccia e col suono della campana indicava le ore, ma mostrava ancora il corso de’ pianeti e segni celesti. Nella sala che stava nell’altro torrione, v’era la copiosa libreria che Galeazzo Visconti avea pel primo raccolto e poi era stata ampliata da’ suoi successori, e soprattutto da Galeazzo Maria Sforza, padre del giovinetto Gian-Galeazzo. Tal libreria era allora fra le più belle che si potessero vedere nell’Italia: i suoi libri eran tutti di pergamena scritti a mano, con bellissimi caratteri e iniziali; e ve ne era di ogni qualità, trattando altri di teologia, altri di filosofia, astrologia, medicina, musica, geometria, rettorica, istorie, ed altre scienze: in tutto però erano solo 951 volumi[3]; ma erano coperti, quale di velluto, quale di damasco o di raso, qual di broccato d’oro o d’argento, con le loro chiavette e catenelle d’argento colle quali stavano fermati ai banchi, che erano foggiati come quelli delle pubbliche scuole, ma più belli. Colà conservavasi pure un corno di liocorno quasi lungo un braccio, oggetto prezioso e singolare. Il pavimento era fatto a quadretti di diversi colori, con una vernice vitrea che ne accresceva la bellezza. Nel torrione che restava a mano sinistra verso la porta della sala, era, dabbasso, una sala larga quanto capiva il quadrato del torrione, e che si chiamava la camera degli specchi; perchè tutto il vôlto era coperto di vetri quadrati larghi quanto il palmo della mano, tutti variati di colori e dipinti con figure d’uomini o animali o piante o fiori, fatte d’oro, onde percossi dal sole sul mattino splendevano in modo maraviglioso e la vista abbagliavano: il pavimento di questa camera era a mosaico con varie storie e antiche poesie: in giro erano archibanchi per sedere, tutti intarsiati e con spalliere alte più d’un uomo. Il quarto torrione a destra verso il parco finalmente, con altre stanze vicine serviva di armeria; e vi erano aste, archi, balestre, ed una sterminata quantità di saette, frecce, verettoni e dardi, con molta copia di targhe, targoni, altri scudi che chiamavansi lunghi, rotelle, ed altri strumenti da guerra antichi. Altre curiosità di diverso genere poi il Corio ci fa conoscere come esistenti in questo castello, forse nella cappella; ed erano una testimonianza di più della grossolana credulità di quel tempo: tali supposti preziosi oggetti erano, fra altre cose, una ciocca di capegli della Beata Vergine, alcun poco del sangue e del manto di Gesù Cristo, il corpo intero di un innocente, un braccio della Maddalena, un dente di San Cristoforo, un pezzo della verga di Mosè con cui fe’ scaturire dal macigno il fonte miracoloso.
Al di là della fossa del castello, estendevasi da un lato una cittadella: uscendo da questa poi, trovavasi bella e lunga piazza ove tenevasi una grande fiera franca due volte l’anno; alla quale concorrevano da lontane parti mercanti, con varie sorta di mercanzie preziose, come d’oro, di gioie, sete, lane, ec.: era verso il mezzo di tal piazza che sorgeva allora la torre di Boezio. Nella cittadella poi ammiravasi un gran salone, lungo 120 passi, largo 24, e altrettanto alto; stato fabbricato per potervi i duchi giocare al pallone e ad altri giochi, ne’ giorni piovosi.
Quanto poi al parco e giardino uniti al Castello, essi erano veramente regali. Il giardino era composto di 448 pertiche; ed era tutto ripieno di quante sorta di frutti si potessero immaginare, con bell’ordine disposti. Esso era tutto cinto da muri, con fosse, e porte con ponti levatoi. Intorno a queste mura vedevansi bellissimi pergolati con ogni qualità di uve che si conoscessero, ed i muri erano coperti di spalliere di noccioli. Nel mezzo del giardino, era una grande peschiera, lunga forse trecento passi e larga venticinque, la cui acqua era sì limpida che anche il più piccolo pesce vi si scorgeva; e piccol tratto lontano da questa, era una bella vasca quadrata, di diciotto passi in quadro, tutta lastricata di marmo bianco, e che dicevasi il bagno, servendo nella state per bagnarsi ai duchi e alle duchesse: essa riceveva l’acqua dalla peschiera; ed era cinta da un edificio di legno coperto di latta raffigurante un padiglione, e riceveva la luce da quattro grandi finestre con vetri colorati. Nel parco poi erano rinchiusi molti animali, come cervi, daini, caprioli, che si facevano ascendere a meglio che cinque mila capi. Al tempo della state, perchè questi animali non distruggessero i seminati, erano chiusi entro alcuni steccati; e v’era un luogo particolare pei conigli, un altro per li struzzi, e va dicendo: v’era anche un serraglio per alcuni orsi, detto orsería; era cinto da un alto muro. Il circuito di tal parco, veramente magnifico, era di quindici miglia; e giungeva fino alla famosa chiesa con monastero della Certosa: in esso erano varie abitazioni, e, al dire del Morigia, eziandio dei palazzi.
Il Corio mostrando Pavia al Comines non lasciò di informarlo, che essa allora era, senza dubbio, una delle prime città d’Italia; che era sufficientemente fortificata; che quattro erano i suoi borghi; che avea diversi ospitali, per gli infermi, gli esposti e i pellegrini; e che veniva retta da dieci deputati, e due dottori col nome di abati, ma che ne’ casi gravi si radunava il consiglio generale composto di tutti i cittadini più ragguardevoli; che v’erano poi anche molti monasteri di ambo i sessi.
Il signor Filippo Comines avrebbe veduto volentieri il giovine Duca, che gli aveano rappresentato come un uomo debole il quale tutto fidante nello zio d’ogni cosa lo facea partecipe, e mal sapeva secondare la moglie, avida al contrario di impero. Il buon principe, gli diceva il Corio, giace a letto gravemente ammalato. Il Corio lodava la dolcezza di questo giovane; che Comines, dalle cose sopra dettegli, stimò invece dappoco, e quasi scemo di cervello: e il bravo storico milanese vagamente fe’ sentire all’oltramontano, che Lodovico potesse aver propinato il veleno a quel suo nipote. «È crudel cosa, egli diceva, che questo dabben duca, non avendo ancora compiuti i 25 anni, come immaculato agnello senza alcuna cagione sia spinto dai numero de’ viventi: tutti ne sono addolorati!»
Da Pavia venendo a Milano, il Corio non tralasciò di far ammirare a Comines la Certosa insigne alzata a cinque miglia da quella città da Gian-Galeazzo Visconti primo duca di Milano, per soddisfare alla pia volontà di Caterina sua moglie; e che fu cominciata nel 1396; mentre tre anni dopo, essendo la fabbrica della chiesa ben avanzata e terminato il monastero aggiuntovi, furono chiamati 25 monaci certosini ad uffiziarla; loro assegnando delle possessioni vicine, sì pel loro mantenimento, come pel compimento di quel ricco edifizio, che al tempo in cui Comines lo vide era tutt’altro che compito. Quel tempio assai bello facea presentire i progressi della moderna architettura. Esso era allora tenuto in conto di fabbrica sontuosa, che forse non avea pari al mondo.
Comines col suo distinto amico ed i suoi servi cavalcando, e seguíto da muli che portavano i suoi effetti; dopo varie ore di viaggio per un paese fertilissimo ed ameno, tutto da canali intersecato, con praterie grandissime ove pascolavano pingui armenti che danno il miglior formaggio del mondo; giugneva a Milano, città che non poco, per la fama di che godeva, destava la sua curiosità. Il circuito di questa città era allora minore del presente; giacchè le nuove mura sono opera posteriore degli Spagnoli. Allora sussisteva ancora il giro di mura stabilito dopo la distruzione che di Milano nel secolo XII fatto avea l’imperatore Federico I detto il Barbarossa; il quale circuito è appunto là dove ora sono i così detti terraggi, come il nome stesso lo indica, e come lo mostra eziandio il corso del naviglio che ne formava la fossa. Le mura che allora vedevansi, con oltre cento torri, erano state fabbricate da Azzone Visconti, che compì sì bell’opera nel 1338. Bensì v’erano fuori delle porte i borghi, assai popolati; e che poi vennero aggregati alla città mediante il nuovo recinto.