Il Corio invitò Filippo Comines ad albergare con sè nel Castello Giovio; ma questi ne lo ringraziò, osservandogli, che per uno straniero avido di conoscere le costumanze dei paesi per cui passa, egli stimava più opportuno il porsi su d’un albergo: e d’altro canto i servi che erano col Comines non avrebbero potuto trovar alloggio seco nel ristretto appartamento del nostro Bernardino. Comines, al contrario, tanto insistette perchè il Corio seco si fermasse a desinar all’albergo ove scavalcò, che il nostro storico milanese non giudicò ben fatto di dover ricusare.

Allora in Milano, oltre le taverne ove solo vendeasi il vino al minuto alla popolazione, v’erano ancora de’ comodi alberghi per alloggiarvi i forestieri; a un dipresso come ora accade in ogni parte d’Europa: perocchè la nostra città, allora ricchissima per i suoi traffichi, le sue manifatture, la floridezza della sua agricoltura, già avea fatti notevoli progressi verso un vivere colto e gentile. Non eravamo più in que’ tempi rozzi in cui sovente il forestiere dovea mendicare presso i privati un’ospitalità che egli non lasciava d’ordinario di pagare anche senza risparmio; mentre solo pei poveri servivano gli spedali aperti a ricovero de’ pellegrini. L’albergo a cui smontò il Comines era uno dei più belli che la città potesse vantare, ed era nella porta Ticinese, quartiere allora abitato in particolare dai nobili, e precisamente trovavasi vicino alla Palla. Il suo fabbricato era un ricco palazzo, se abbiasi riguardo ai tempi: le sue finestre serbavano ancora l’arco acuto; ma erano ornate di bassirilievi in terra cotta: un porticato abbelliva la corte interna: la porta era adorna di colonne e bassirilievi; e la facciata era dipinta con qualche gusto. A quel tempo, molte case in Milano appartenenti ai più ricchi e nobili cittadini a questa somigliavano: e l’uso del dipingerle al di fuori appunto allora introducevasi.

Comines ebbe diverse stanze per sè e i suoi famigli; e i suoi muli trovarono ottima stalla. Ma il nostro storico, poichè col Corio ebbe pranzato trattenendosi in discorsi di vario soggetto, volle con questo passare nella sala comune a terreno, per godervi de’ piaceri della milanese società. Era allora omai caduto il giorno; e la sala ove il distinto nostro straniero recossi trovavasi piena di varj gruppi di persone, che stavano sedute a diversi deschi, quali già cominciando e quali aspettanti il pasto della sera.

La ragione per cui sì di buon ora tutta questa gente attendeva al cenare, era semplice: in primo luogo, allora l’uso generale era di pranzare a mezzodì o circa; in secondo luogo, innoltrata di alcune ore la notte, al terzo tocco della campana di palazzo, tutte le osterie e taverne doveano chiudersi, nè più era permesso vendere cosa alcuna, se non ai forestieri che nelle prime alloggiavano. Così portavano gli statuti; i quali provvedevano a mantener i costumi de’ cittadini semplici e frugali. Corio, che osservò ciò al signor d’Argentone (che tale era lo storico francese), gli disse anche, come per non indurre ne’ cittadini il vizio dell’ubbriachezza, i tavernai doveano vendere il loro vino, bene misurato, alle porte delle loro botteghe, e non altrimenti; e che solo nelle osterie, ossia ove albergavansi i forestieri e davasi eziandio a mangiare, era permesso di fare diversamente.

Il Comines si assise col Corio ad un desco; e mentre che fra loro in varj discorsi trattenevansi, non lasciavano di quando in quando di osservare quello che intorno ad essi accadeva. V’erano nell’albergo allora varie qualità di persone; semplici cittadini, cavalieri, uomini di toga. Corio ne fece osservare al dotto suo compagno la varietà costante nelle vesti. Questa, gli disse, proviene dalle prescrizioni severe de’ nostri statuti; tendenti ad eliminare più che sia possibile il lusso, sempre rovinoso per la maggior parte delle famiglie. «I nostri statuti, proseguiva, proibiscono alle donne, eccettuate le mogli de’ militi, di portar perle sulle vesti, o in monili attorno al collo, o nell’acconciatura del capo: e lo stesso è vietato agli uomini, tranne i militi. Così è proibito portare sui cappucci, o in altra parte degli abiti, fregi d’oro o d’argento, ad eccezione dei bottoni alle maniche, i quali ponno essere o di questi metalli composti o anche più ricchi ed ornati di pietre preziose e di perle. Si può portare però il vescapo d’argento: e ai dottori di legge ed altri giurisperiti non sono vietati que’ fregi che ai militi, ossia cavalieri, si concedono, come anche gli abiti ricchi di raso od armellino, o le vesti di porpora o tessute d’oro o d’argento, che alla generalità non sono concesse. Il maggior sfoggio permesso ai semplici cittadini ed alle loro mogli consiste in fodere listate d’oro o d’argento, che loro sono accordate. Multe assai gravose colpiscono i contravventori di tali statuti. La legge poi, che pone un freno alla vaghezza di brillare con abiti sfarzosi, comanda anche la decenza nella foggia delle vesti; nè una donna potrebbe mostrarsi con un abito scollato, senza pagar una multa, essa e il suo sartore.

Allora si accorse il signor d’Argentone che dagli abiti egli avrebbe potuto distinguere benissimo la qualità delle persone. Egli chiese al Corio, se in altri modi questi statuti milanesi, solleciti nel mantener semplici i costumi regolassero le pompe de’ cittadini; e Corio così gli disse. Gli statuti della nostra città reputansi molto savj in ciò, che per ogni verso frenano la mania che nasce naturalmente negli uomini di voler distinguersi nelle occasioni solenni. Così, dalla legge viene limitato il corredo che lo sposo fa alla sposa, e viceversa; e tutto deve stare nei limiti di una stretta modestia: è regolato il lutto; che non può assumersi che dalla moglie del defunto e dai figli o figli de’ figli: sono regolate le pompe de’ funerali; ove solo ai militi e alle persone qualificate è permesso un qualche sfoggio. In quest’occasione poi, solo i primarj cittadini ponno ornar la bara di bandiere, di un dato numero di torcie, e farla seguire dal cavallo dell’estinto; portar anche il cadavere scoperto e vestito riccamente; mandargli dietro un grosso codazzo di gente; usar ricchi drappi, pagar donne per fare romoroso pianto innanzi la casa, e dare ricco banchetto a tutti gli amici del trapassato: i semplici cittadini non ponno che onorare con esequie modeste i loro morti, e banchettare quel giorno coi più stretti parenti.

— E quali sono le persone che si considerano come qualificate in Italia? domandò il signor d’Argentone.

— Queste sono, rispose il Corio, i militi, i giuristi, i rettori delle città; e, dopo questi, i fisici: le prime tre classi specialmente godono della maggior considerazione. Il collegio de’ giurisperiti di Milano fruisce di varj privilegi: oltre ciò che già vi dissi intorno alle pompe di cui è loro permesso cingersi, essi non sono obbligati a marciare all’esercito se non sieno serviti di carrozza, ed anche in tal caso ponno farsi supplire da altre persone: lo stesso è pei notari, e pei governatori degli statuti del comune di Milano. Così, nessun giudice del collegio è tenuto a far la guardia di notte, se non quando si convochi l’esercito generale; nel qual caso è loro permesso ancora mandare un supplente: nè può egli essere fidejussore nel comune. I fisici, come anche i maestri di grammatica, essi pure devono in carrozza esser condotti all’esercito, e ponno mandar chi li supplisca; nè ponno aver il carico di esercitar le funzioni di anziano o di auditori. Privilegi simili hanno i medici che aggiustano ossa infrante e slogature. I chirurgi che compongono il collegio de’ chirurgi, non sono tenuti che a mandar quattro di loro all’esercito: nè alcuno può esercitar chirurgia se non è, dopo opportuno esame, ammesso a formar parte di quel collegio. Bensì medici, fisici, chirurgi, sono obbligati tutti a visitare i poveri gratuitamente. — E anche gli scolari sono esenti da alcune incombenze, e dall’andare all’esercito; sia che imparino la legge, sia che attendano alle scienze filosofiche ed alla medicina.

Non aveva il Corio terminato di dar queste notizie intorno ai nostri usi al suo amico, quando una nuova brigata assisasi lor vicino, e servita di cena, cominciò ad attrarre la loro attenzione, e finì quasi a congiungersi con loro: erano quelli quattro cittadini che nulla aveano di notabile negli abiti, sebbene uno d’essi poi non poco distinguesse la giusta posterità: quest’era Bramante, pittore ed architetto; il quale, malgrado il suo merito, però, amando la buona compagnia e l’allegria, era spesso ridotto al secco; nel qual caso il sollazzevole compagnone diventava poeta, e con sonetti si raccomandava a’ suoi protettori per averne danaro, che poi sciupava di nuovo così presto come il primo. Il Bramante salutò il Corio, da lui conosciuto nel Castello ove avea spesso lavorato; e così pel di lui mezzo quella lieta brigata coi due nostri storici non fece quasi che una sola società.

Si discorse di molte cose; e soprattutto della prossima venuta de’ Francesi a Pavia, ove si stavano facendo magnifici preparativi per onorare il Re cristianissimo. Alcuno si proponeva di recarsi in quella città per vedere l’ingresso di sua maestà, di cui il Comines descrisse l’aspetto e il carattere. Uno di quel piccolo crocchio si fe’ notare particolarmente col suo cicaleggio: era costui un omicciattolo che nulla avea di veramente distinto, se non se una faccia che ben osservata nulla prometteva di buono, e due occhietti piccoli e furbi che faceano presentire in lui tal persona con cui non era bene di troppo confidarsi. Costui magnificava, senza serbar modo alcuno, la saviezza di Lodovico il Moro; il quale si era meritato non pure, diceva egli, l’affezione de’ popoli, ma anche la piena confidenza del Re di Francia: la venuta del Re avrebbe di non poco accresciuto il lustro degli Sforza; poichè l’alleanza di questa casa col Cristianissimo dovea aumentarne, in modo incalcolabile, l’importanza. Il Re avrebbe trovato nel Moro un uomo saggissimo, che assai gli avrebbe giovato co’ suoi consigli e co’ suoi danari. Il Moro, già, era splendido: egli sapea, all’uopo, sussidiare gli amici!...