Il Comines si trovò assai comodamente alloggiato nell’osteria che scelta gli avea lo storico milanese. Il lusso delle camere allora, è vero, non era grande; ma tutto ciò che que’ nostri antichi padri in generale usavano pei loro comodi, non mancò allo scrittor francese che fra noi facea soggiorno. Un buon letto, sedie, tavole, alcuni vasi per lavarsi, casse e cofani per riporre le vesti e la biancheria, scrigni per mettervi oggetti meno voluminosi, ecco i mobili ordinarii di un appartamento di que’ tempi; se vi aggiungi qualche bello specchio di Venezia, per colmo di ornamento: or tutto questo comodo arredamento aveano le camere destinate al Comines. Solo ne’ palazzi de’ grandi vedevansi, oltre a queste cose, ricche tappezzerie, ed altri oggetti di un lusso maggiore e ognor crescente.

La notte fu dal nostro straniero passata assai tranquillamente, poichè la legge allora proibiva ogni strepito importuno, persino, come dicemmo, i dolci suoni degli amanti sotto le finestre delle loro belle. In breve la romorosa città di Milano fu sopita tutta in un profondo sonno; e il silenzio era sì alto, che i leggeri movimenti de’ cavalli che eran nelle stalle dell’albergo solo interrompevano quella quiete generale e solenne. Il signor di Comines, per tal modo, potè ottimamente riposare dalle sostenute fatiche; e non svegliossi il giorno appresso se non se quando il dì era già alquanto avanzato. Poco dopo, a lui fu annunziato che il Corio abbasso lo attendeva: e molto non stette a raggiungerlo, a fine di far una corsa con esso per la città, scinti però entrambi delle loro armi, così essendo rigorosa prescrizione degli statuti di quel tempo.

Capo XI.[4] SEGUE LO STESSO ARGOMENTO

Comines poco potea trattenersi in Milano; onde non osservò allora di fretta se non la cose più notevoli. Egli ammirò l’antico tempio di Sant’Ambrogio, ove erano pel passato coronati i Re d’Italia; ammirò il Duomo cominciato da Gian-Galeazzo Visconti, probabilmente per espiare l’avvelenamento dello zio; come forse poi per consimile motivo Lodovico il Moro alzò il tempio della Vergine presso S. Celso. Ma la città, sebbene abbellita qua e là da moderne fabbriche alzate dai ricchi milanesi e dai principali feudatarj dello stato, desiderosi, come accade, di brillare alla corte elegante de’ loro principi; malgrado ciò, dico, era in gran parte composta di case antiche abitate da artigiani numerosi, e con vie anguste e irregolari; come in generale erano quasi tutte le città a que’ tempi. Tra i palazzi più cospicui di allora se un avanzo il mio lettore desidera di conoscerne, osservi la casa de’ Borromei, e il Broletto che era stato l’abitazione del famoso Carmagnola, condottiero notevole pel suo valore, per la sua infedeltà, e pe’ suoi delitti. Varie case poi non erano state rifabbricate, ma solo abbellite col dipingerne la facciata e ornandola anche di bassirilievi. In generale però si era fatto molto; e il Lazzaroni ebbe a dire, che Milano di rugosa vecchia era diventata un’avvenente donzella, per merito di Lodovico. I Visconti aveano poi qua e là alzati alcuni palazzi, ma più notevoli per vastità che per bellezza; e tali erano quelli dell’Arengo o Broletto vecchio ove ora è il palazzo vicereale, quello di S. Giorgio, quello di S. Giovanni in Conca; come anche quello, più antico di tutti, sulla piazza de’ Mercanti, detto il Broletto nuovo, che era il palazzo del comune. Nel Broletto vecchio risedeva allora il Consiglio di Giustizia. Il Lazzaretto, fuori della città a qualche distanza, pure fu dal Comines osservato e lodato; e visitò anche la Certosa di Carignano, alzata dall’arcivescovo Giovanni Visconti: del resto per que’ tempi era cosa sontuosa non meno che nuova il portico de’ Figini, eretto da Pietro Figini in occasione delle nozze di Galeazzo Sforza, ed a decoro, come una lapide ricorda, della sua florida patria. Il tempio di S. Maria delle Grazie coll’unitovi chiostro non era ancora (se vogliamo credere al Morigia) stato alzato da Lodovico; come pure una parte di quelli altri edifizi di questi tempi di cui già tenemmo discorso al nostro lettore.

Finalmente egli osservò il bellissimo castello della città che passava per il più sontuoso dell’Italia. Rialzato da Francesco Sforza, ei non l’abitò; ma tosto vi si ricoverò il suo successore, Galeazzo, che molto ampliò la ducale abitazione di esso, e moltissimo la abbellì di opere di pittura, arte della quale assai si compiaceva. Ricchissima era la stalla degli Sforza: la loro cappella vantava musici eccellenti; poichè non poco se ne dilettarono que’ principi, come anche Lodovico il Moro. E sempre nuovi abbellimenti andava poi ricevendo quella magione ducale; ed anche al tempo in che la visitava il Comines vi lavorava il celebre Leonardo da Vinci, pittore, scultore ed architettore eccellente, e celeberrimo meccanico. In quel giorno stesso Vinci si era recato a Pavia, per dar ordine alle feste che far colà si doveano per la venuta del Re; e Corio, dolente di non poter far conoscere al francese istorico quell’uomo già celebre, gliene narrò la vita, e gli mostrò le sue opere. Noi faremo lo stesso col nostro lettore; ma servendoci ancora di materiali estranei alla narrazione del Corio.

Leonardo da Vinci nacque in un piccolo castello posto in Valdarno da non legittima alleanza nel 1452: ma allora in Italia, come lasciocci scritto il Comines e come i fatti mostravano, poca differenza facevasi, noi il dicemmo, fra il figlio legittimo ed il naturale. Ser Piero suo padre, vedendone l’ingegno perspicacissimo, per cui a molti studj attendendo in tutti assai riusciva, e tali erano l’aritmetica, la musica, la poesia, il disegno; ma accorgendosi che nel disegno poi facea progressi maravigliosi; lo pose a studiar quest’arte bella presso Andrea Verocchio, valente pittore, scultore ed architettore; e ben presto il maestro fu dal discepolo superato. E già era celebre e come artista e come meccanico, quando il Duca di Bari lo prese al suo soldo, circa al 1483, incaricandolo fra le altre cose di formare una statua colossale equestre di bronzo rappresentante il glorioso suo padre Francesco Sforza; al cui modello in creta subito ei pose mano. Uomo ingegnoso oltre modo, fu a lui, credesi, che nel 1489 venne commesso di dirigere la pompa delle nozze del duca Gian-Galeazzo; e nel 1490 poi regolò gli spettacoli che si diedero per quelle del Moro. Ma l’incarico principale che il Duca di Bari affidò al Vinci, fu la direzione dell’accademia di arti, da lui stabilita col pretesto di dare al nipote un’educazione quale a gran sovrano conveniva. Lodovico infatti, non contento di aver ornata Milano di pace, dovizia, templi, e magnifici edifizj, volle ancora arricchirla di mirabili e singolari ingegni, i quali a lui da ogni parte allora concorsero; onde Bellincioni poeta fiorentino, da Lodovico pure a sè chiamato, in un suo sonetto in lode di questo principe disse, che Milano per scienza era una novella Atene.

Vinci, oltre all’occuparsi intorno al modello per la detta statua equestre, e dirigere all’uopo gli spettacoli che davansi ora dal sovrano ora dai gentiluomini, lavorava anche come pittore; ed egli fece i ritratti di due donzelle amate dal Duca di Bari, cioè Cecilia Galleriani e Lucrezia Crivelli, dalla seconda delle quali Lodovico ebbe certamente uno de’ suoi figli naturali, che fu Gian-Paolo; il quale poi si distinse nel 1513 nella difesa di Novara contro i Francesi, ed ebbe nome di prode guerriero. I costumi di Lodovico non erano men rilassati che quelli di tanti altri del suo tempo; e i ritratti delle sue belle furono lodati senza mistero, in versi, dai poeti corrotti di quei dì.

Le altre opere insigni che Vinci fece in Milano sono posteriori all’epoca di cui parliamo. Egli era un vero genio; esperto non solo in tutte le belle arti, ma ancora in molte scienze: e precedè il Galileo nell’attenersi all’osservazione della natura ed inculcarla come norma sicura a’ suoi seguaci. La pittura, la scultura, l’architettura, la geometria, l’idrostatica, la meccanica, la musica, la poesia, furono quasi ad un tempo oggetto de’ suoi studj, ed in tutte riuscì eccellente. E a penetrante ingegno congiungevansi in lui bellezza di volto, grazia di favellare, e soavità dì tratto; sicchè era l’oggetto della maraviglia e dell’amore di tutti. Egli percepiva da Lodovico l’annuo stipendio di 500 scudi d’oro. — Le opere più insigni che fece in Milano furono, oltre il modello della statua colossale di Francesco Sforza (il quale fu poi dai soldati francesi vandalicamente atterrato nel 1499), il Cenacolo stupendo dipinto nel refettorio nel convento di S. Maria delle Grazie; e l’unione dei due navigli, dell’Adda e del Ticino, col mezzo di un canale di comunicazione introdotto in Milano, superando mediante sei conche o sostegni la differenza assai notabile di livello che a ciò si opponeva.

Corio ragionò altresì al Comines d’altri uomini sommi che il principe proteggeva: fra’ quali v’era il Bellincioni, dal Moro amato singolarmente, e di doni ed onori colmato, ed anzi di alloro solennemente ancora, se è vero ciò che si dice, incoronato: egli morì nel 1491; e stimate furono a’ tempi suoi le sue poesie burlesche.

Altro poeta era quel Bramante cui Comines visto già avea, e delle cui opere di architettura già altrove alcuna cosa toccammo: egli era stretto in grande amicizia con Gaspare Visconti, poeta allora celebre, come si disse: e, al pari del Vinci, era abilissimo nel dir versi all’improvviso al suono di cetra. Aveva da Lodovico un modico stipendio; onde, sempre in bisogno, mostravasi mal contento della propria sorte, ed era costretto a ricorrere agli amici; e sì che anche di pittura sapeva lavorare! Più tardi, ei da Milano passò a Roma; ove fu il primo a disegnare quella gran basilica Vaticana; cominciata nel 1506.