Franchino Gaffurio, nativo di Lodi, a ragione tenevasi pure per un distinto ingegno. Insegnò musica in Verona, in Genova, in Napoli, nella sua patria; e nel 1482 venne eletto dal Moro capo de’ cantori di Milano, ove insegnò l’arte sua, componendo a un tempo opere che gli acquistarono molta fama.

E d’altri personaggi ancora, allora famosi, il Corio parlò al sig. d’Argentone; ma noi non ne terremo parola; perchè ora la troppa età sparse largo obblio su la loro rinomanza e le loro opere; e frate Luca Pacciolo, famoso nelle matematiche, e Demetrio Colcondila greco versato nella letteratura sua patria e nella latina, entrambi da non confondersi con altri nomi minori, vennero più tardi ad onorare la corte del Moro, cioè nel 1496 il primo, e nel 1492 il secondo. Noi piuttosto non passeremo sotto silenzio due benemeriti ministri del principe che sì splendida protezione prestava alle lettere, e sono Bartolommeo Calchi e Jacopo Antiquario.

Bartolommeo Calchi di antica e nobile famiglia di Milano, avendo fatti negli studj notabili progressi, fu dal duca Galeazzo Maria, poi da Lodovico, dichiarato primo segretario, e adoperato a consiglio ne’ più rilevanti affari. Molti dotti gli dedicarono le loro opere, celebrandolo come cultore degli studj e loro mecenate. Egli a proprie spese, come in parte si disse, fabbricò in Milano due scuole che minacciavano rovina, e le provvide di buoni maestri. Sopravvisse alle sventure del Moro; e morì di 74 anni nel 1508, — Jacopo Antiquario venne pure lodato assai dai letterati de’ suoi tempi che dedicarongli loro opere; uomo probo e liberale, era generalmente amato ed onorato. Perugino di patria, servì come segretario Galeazzo Maria Sforza, il figlio di lui, e Lodovico il Moro: amava convitare i dotti suoi amici; ma egli era sobrio oltre ogni dire, e di semplici costumi. Scriveva con eleganza, ed era anche buon verseggiatore.

Il Comines non mancò eziandio di interrogar il Corio intorno alle cose del governo e dell’amministrazione dello stato; e Corio gli fu assai largo di particolari su questo proposito.

Un Consiglio di Stato ajuta il Duca nell’esercizio del potere legislativo e negli affari concernenti propriamente lo stato: in questo consiglio, oltre i consiglieri dello stato, entrano il castellano della rôcca Giovia, il primo segretario, il maestro generale di casa, il camerlengo, i commissarj generali della gente d’arme, e qualch’altro dal principe a ciò autorizzato. Tale consiglio non è mai composto di meno di venti membri: e radunasi nel Castello, avanti al principe. — Un Consiglio di Giustizia, assai meno numeroso, ha sede nella corte ducale dell’Arengo a canto al Duomo, e delibera intorno alle cause civili e criminali.

I Maestri delle entrate hanno la cura delle entrate; e pongono all’incanto i dazj dì Milano, facendo incantar quelli di fuori dai referendarj: fanno riscuotere le entrate, e le mandano al tesoro: sono sorvegliati dal principe e dal Consiglio di Stato. Un magistrato straordinario si stabilisce per le entrate straordinarie. Durante le guerre, Lodovico creò i deputati del danaro, a fine di trovar danaro e far le spese straordinarie. I commissari del sale hanno cura delle saline di Bobbio, ec.; prodotto il sale essendo per lo stato assai rilevante. Il tesoro resta nella rôcca di Porta Giovia sotto la custodia di tre chiavi. I referendarj della città attendono all’esazione delle entrate.

Sonovi quattro vicarj generali per fare i sindacati; tre di questi son forestieri, affinchè riescano più imparziali; uno è milanese, per dare quest’onore alla città primaria dello stato. Il capitano di giustizia, il podestà di Milano, e il vicario di provvisione di questa città sono pure cariche eminenti. Alle podesterie delle città minori si eleggono uomini di grado onorevole; ed essi tengono giudici e vicarj sotto di sè secondo il bisogno, e famiglia per eseguire i loro ordini. Le terre minori hanno anch’esse i loro ufficiali. Cinque conservatori degli ordini attendono a fare che le cose camminino rettamente e secondo il giusto ordine. Minori ufficiali sono i cancellieri, i ragionati, ed altri. Vi sono, un ufficio delle vettovaglie, che invigila che lo stato non manchi di biade; uno di sanità, che sorveglia al mantenimento della salute pubblica. Il papa nomina ai beneficii vacanti; ma il principe propone il candidato.

Un maestro generale della corte osserva gli ordini del palazzo e li fa osservare dai senescalchi. Al servizio della corte v’è un numero grande di persone, fra i quali i camerieri di camera.

L’Inquisizione attende a purgar lo stato dagli ebrei e dai marrani; qualche volta essa fa ardere stregoni: e così mantiene pura la fede. — Le pene sono spesso ridotte a multe: la tortura giova ad ottenere le confessioni de’ rei: sonovi confische; ma ad esse procedesi lentamente: talora la pena di morte è esacerbata da tormenti: così gli uccisori di Galeazzo Maria Sforza, fra cui l’Olgiati, furono tanagliati e squartati vivi, per porsene le membra sulle porte della città, a terrore di chi fosse tentato di imitarli.

Infatti gli statuti sono abbastanza saggi per rispetto al tutelare la roba; ma troppo crudeli nel togliere per motivi poco gravi la vita. Eccone un’idea. Nessuno deve porsi alla tortura se non quando, imputato di grave delitto, abbia contro di sè forte indizio: gravi delitti consideransi quelli di eresia, sodomia, di aver turbata la quiete pubblica; aver commesso assassinio, stupro, veneficio; aver sostenuto alcuno in privato carcere; aver commesso falso, saccheggio, furto, incendio, ed alcuni altri misfatti pei quali corre pena di sangue. Il testimonio poi non può torturarsi, se non vacilli o dica il falso. Una sentenza criminale è inappellabile; ma il reo entro un mese dopo che fu preso deve essere dal podestà o condannato o rilasciato: e le sentenze devono emettersi in un luogo pubblico, cioè o nel Consiglio pubblico, o nel Broletto nuovo, o nella Corte dell’Arengo. Trattandosi di pene pecuniarie, se ne perdona la metà a chi prontamente confessa il proprio delitto.