Finalmente il Corio diede al signor di Comines varie notizie sulla condizione de’ cittadini. Il commercio gli arricchisce grandemente, egli diceva; le manifatture sono floride, e consistono particolarmente nella fabbricazione famosa delle armi, e in quella de’ panni, e de’ drappi serici. Ma il traffico non si limita a questi soli oggetti: grande è il numero dei banchieri e mercanti: grande è la varietà dei mestieri, e la copia degli artigiani. Coll’agiatezza de’ cittadini, cresce la gentilezza de’ costumi: e il lusso della corte di Lodovico ne è fomite ed esempio; qui infatti spettacoli, qui giostre, qui tornei, qui teatro, qui musica, ec. Lo sfoggio, in generale, è nelle vesti; ma talora si grandeggia anche nei pranzi, negli addobbi, e in mille altri modi: se non che ora comincia a introdursi del manierato ne’ nostri modi del conversare. — E veramente allora Milano, per testimonianza anche del Guicciardini presentava un aspetto invidiabile. «Pienissima di abitatori, dic’egli, mostravasi; e per la ricchezza dei cittadini e per il numero infinito delle botteghe ed esercizj, per l’abbondanza e dilicatezza di tutte le cose appartenenti al vitto umano, per le superbe pompe e sontuosissimi ornamenti così delle donne come degli uomini, e per la natura degli abitanti inclinati alle feste ed ai piaceri, non solo piena di gaudio e di letizia, ma floridissima e felicissima sopra tutte le altre città d’Italia.»
Da altri particolari che al Comines erano dati dal Corio però rilevavasi, che un velo di superstizione ancora in generale ingombrava le menti: e lo stesso Lodovico il Moro prestava fede all’astrologia giudiziaria che universalmente era in voga. Si credeva ne’ presagi, negli auguri; e ad ogni tratto si stimava di vederne: e la plebe era in mille altri modi ancora superstiziosa. Già si disse della credenza nelle stregherie; prestavasi fede nella magia; e gli impostori poteano ciurmare i popoli quanto loro piaceva. Il clero, sì regolare che secolare, generalmente, era ignorante e corrotto. Molti erano i monasteri; ma non tanti però come furono ne’ tempi seguenti. Se non che la cultura, che ora si promoveva, era sperabile avrebbe prodotti favorevoli cambiamenti. Virtù non rara però era allora la beneficenza: l’ospitale maggiore ne aveva varj altri sotto la sua direzione; e ne esistevano ancora per l’alloggio de’ pellegrini poveri; ed uno per ricoverarvi un dato numero di vecchi.
Il Comines fu soddisfattissimo di tutte le notizie importanti dategli dal Corio; tanto più che da sè male avrebbe saputo procurarsele, poco potendo trattenersi in Milano, come già dicemmo: egli, partendo, strinse cordialmente la mano all’amico, che pure dovea recarsi a Pavia; e gli disse: Noi ci rivedremo, probabilmente; ma in ogni caso io mi ricorderò mai sempre con piacere del saper vostro e della vostra cortesia; e ringrazio il cielo che mi abbia mandato un uomo tanto in ogni cosa versato, per farmisi interprete di ciò che v’ha di meglio in questa veramente splendida città! — Corio sorrise; e disse, che egli pure ringraziava la fortuna che gli avesse fatto conoscere un uomo di rara penetrazione, e tanto erudito delle cose de’ suoi tempi; come era il signore di Argentone. — Quando l’amicizia sorge dalla stima, in poco d’ora si fa grande e rimane poi durevole.
Capo XII. GRAVISSIMI ACCIDENTI
Ora dobbiamo un po’ da lungi riassumere le cose del duca Gian-Galeazzo, e di Isabella d’Aragona sua moglie. Dopo che la Duchessa ebbe avuta certa notizia che la sua lettera scritta al padre era stata fedelmente a lui inviata, ella piena di ridenti speranze si lusingò, che in breve la sua sorte fosse per mutarsi: ella non tacque allora più oltre al giovine suo consorte ciò che fatto avea; questi, come che dolente perchè al Moro forse recherebbesi un disgusto non meritato, pure non ardì rimproverare la diletta sua sposa; mentre alla fine essa non desiderava se non se quello che a tutto buon diritto le si competeva.
Ma allorchè al Duca di Bari giunsero le notizie di ciò che era accaduto; ed egli se ne conturbò ma nel tempo stesso, dalla moglie e dal suocero confortato, risolvette di non cedere, e far anzi ogni sforzo per consolidare in sè il potere col far credere il nipote ancora men atto agli affari che egli non era; allora, dico, Lodovico, preso in disparte il nipote, con lui tenne questo discorso.
— Nipote mio, l’ambizione della vostra sposa minaccia di prezipitare questo stato. Voi sapete che per non essere ancora voi stato riconosciuto dall’Imperatore come legittimo duca ne’ vostri dominj, potrebbe quando che sia l’Impero turbare le cose nostre: e i Milanesi sarebbero ben contenti de tornare sotto la dominazione di Cesare; poichè, dove nei tempi degli imperatori non se pagava che mezzo ducato per fuoco, ora la chiesa, i nobili, e il popolo, per la malvagità dei tempi e il decoro della vostra ducal corte, sono assai aggravati, e pagansi seicentocinquanta mila e fino settecentomila ducati: onde i popoli secretamente non cercano altro che mutazione di stato; e il vostro trono è ben lontano dall’essere ancora così consolidato, come, col tempo, ricevendosi l’investitura dall’Imperatore, spero di rendervelo.
— Oh quanto siete saggio, mio Zio! sclamò allora Gian-Galeazzo; ed abbracciò Lodovico, che gli rese in modo grave quell’abbraccio.
Lodovico quindi, vedendo ben avviata la cosa, prese un aspetto ancora più grave e pensieroso, e proseguì: — Ma, nipote caro, la vostra moglie, per un desiderio vano di comando che non se addice al suo sesso ed alla sua età, nella quale poca esperienza può avere di cose tanto gravi come sono quelle dello stato; la Illus.a duchessa Isabella l’ha fatto la ragazzata de scrivere al Duca di Calabria suo padre una lettera piena di amarezze e lamentanze contro di me; per istigare suo padre e l’avo, che trovino maniera de tormi ogni ingerenza negli affari, per darla a voi, sperando ella di maneggiar poi lei ogni cosa come sarà il suo capriccio! — Allora, nipote mio, come le cose andranno io non so!.. Voi siete omai giunto a età maggiore; io continuava a governare per torvi l’imbarazzo di tanta mole de affari, e pensava di farlo finchè l’Imperatore vi riconoscesse. A quest’oggetto io medito offrire con bona dote la mano di Bianca vostra sorella al serenissimo Massimiliano Re de’ Romani, per averlo favorevole, ed ottenere, una volta che el sia imperatore, questa benedetta investitura: ma se le cose così non vi piaciono, io sono disposto a renunziare fino da questo giorno el governo; e voi farete di me quello che crederete più opportuno; oppure mi ritirerò in qualche castello, a darme agli studi, che dio sa quanto desidero di finire a questo modo la mia vita.
— Ah, ottimo mio Zio, no, voi non dovete lasciarmi: fate tutto quello che credete per il mio bene, e continuate; finchè l’orizzonte non sia tranquillo, a reggere in mia vece!