— Quand’è così, farò, per vostra considerazione, quello che voi volete: ma allora l’Illustrissima signora Duchessa dovrà....
— Mio Zio, compatite la sua feminile ambizione; a lei non badate: è poi del resto così buona!... lasciatele soddisfar qualche sua fantasia; lasciamole onori, danari; non disgustiamola con altri patti!...
— Come s’ha da far così, converrà però, che almeno voi me informiate di tutti i suoi passi pericolosi, perchè non precipiti le cose nostre: diversamente come si fa a dover vivere in sospetti continui!
— Orbene, io così farò: se ella prenderà qualche risoluzione ardita, me la confiderà, sono certo; ed io non mancherò di avvertirvene.
— Ebbene siamo intesi, caro nipote: e non dubitate, che mi troverete sempre premuroso nel corrispondere a quella bontà che sempre me avete dimostrata. Ora devo andare in Consiglio, per gli affari di stato. Addio.
— Addio, mio Zio, possa il cielo a lungo preservare i vostri preziosi giorni!
Lodovico partì: egli in sè giubilò dell’ottenuto trionfo: il nipote infatti, in lui ciecamente fidando, all’uopo gli rivelava tutto ciò che Isabella faceva o far voleva: così tutti i di lei piani furono sempre sventati: allora fu che Carolina venne tolta dal fianco di Isabella; e Lodovico tranquillamente, e senza trovar ombra di ostacolo, battè la strada dell’usurpazione che al trono dovea condurlo. Egli trattava con ossequio la Duchessa, che lo abborriva; facea sentire ai magistrati da lui creati, che la caduta di sè stata sarebbe il preludio ancora della loro rovina; i parenti del duca blandiva col danaro e coll’onorificenze; cercava per sè l’investitura del ducato, dando la nipote al Re de’ Romani; e finalmente traeva in Italia il Re francese. Il nipote, cieco, e poi per sopraggiunta caduto infermo, mai non si oppose a nulla; i secreti maneggi dello zio sempre ignorò, non avendo amici i consiglieri di Stato nè i segretarj ducali; e la debolezza sua fu anche esagerata, e presa per compiuta imbecillità, tanto che di lui qualche storico parlò con assai disprezzo. Così, per esempio, il Comines nelle sue memorie lasciò scritto di Isabella e di lui queste parole: «Sforzavasi questa donna valorosa e di gran cuore di riporre il marito in credito e dignità; ma di vero egli era troppo imprudente e di poco cervello, e per giunta rivelava tutto ciò che ella diceva.» Ed altrove: «Lodovico allora non aveva altro competitore che la moglie del nipote, benchè essa potesse poco; sapendosi il Re pronto a venire o a mandare un esercito in Italia; ed essendo il Duca di lei marito non solo imprudente, ma quasi di cervello scemo, come quello che riferiva tutto ciò che ella conferiva seco allo zio.»
Della condotta imprudente del Duca non si tardarono a vedere i tristi effetti. Il Duca di Bari, più sicuro, potè ricusare ciò che il Re di Napoli con ambasciata solenne gli fece chiedere, che cioè rimettesse il governo al nipote; e mentre in apparenza non lasciava di onorare la duchessa Isabella, in realtà, cinta ovunque da persone scelte da lui, essa era vera prigioniera nel suo stupendo Castello. — L’animo di lei altero, di rado le permetteva sfogo al dolore: col marito poco si lagnava, vedendo di dargli dispiacere; nel padre, di animo bollente e al Moro avverso, confidava.... ma come fargli sicuramente pervenir nuove lettere.... In tale angosciosa situazione, abborrendo mostrar le proprie pene a tante persone o indifferenti o a lei avverse che la circondavano, solo qualche volta fra i boschetti solitarj del giardino e parco che al Castello erano uniti sfogavasi in pianto abbondante, e in esecrazioni contro lo zio simulatore, che le ammaliava lo sposo, le toglieva gli amici, ed usurpava quello stato che ella sperava trasmettere al proprio figlio; bambinello che era il suo unico conforto in mezzo ad una vita dolorosa benchè condotta in una reggia.
Il vecchio giardiniere del castello Giovio ed un suo figlio, erano i soli, si può dire, che a caso trovavansi a parte della situazione oltre modo deplorabile della Duchessa. Essi soli la videro talora cogli occhi di pianto rosseggianti, conducendo per mano il proprio figliuolino; che da essa, infantilmente giojoso, si staccava, o per tener dietro ad una farfalletta splendente de’ più leggiadri colori, o per cogliere qualche fiore da presentare alla madre, che ne lo rimunerava sempre con un bacio o una carezza tenera ed un sospiro. Il duca stesso Gian-Galeazzo poco sospettava che sì ferita fosse l’anima della propria consorte; e, pieno di brio giovanile, spesso usciva per darsi al favorito suo sollazzo della caccia: trattenimento che formava il diletto ancora di suo padre, di cui il Corio disse, «Grandemente si dilettava di uccellare e cacce di cani, onde una volta all’anno intorno a questo spendeva sedicimila ducati: un Giovanni Giramo custodiva i cani, volendo imitare l’antico uso de’ suoi; quantunque quel canattiere non fosse sì inumano e crudele: le pertiche degli astori, falconi, sparvieri, erano adornate con pezze di velluto ricamate d’oro ed argento all’insegne ducali... Oltremodo avea bellissima stalla di cavalli...» — Il giovine Duca, più saggio e frenato da Lodovico, non davasi veramente in preda a un lusso sì smoderato; ma non lasciava però di amare gli spassi; e moltissimo tempo consumava fuori cacciando, e passava per tal oggetto da uno nell’altro de’ suoi castelli di Cusago, Abiate, Monza, Desio, Melegnano, Carimate, Pavia, e talora anche ne’ più remoti. Lodovico vedea volentieri che il nipote stesse lontano dalla capitale; poichè il lasciarsi scorger di rado in Milano gli togliea la popolarità. — Egli al contrario spessissimo era a cavalcar per la città, ove godeva che la plebe lo salutasse col grido Moro, Moro; e talora coi benefizi e la liberalità l’affetto de’ cittadini eziandio si cattivava.
Il giovanetto Duca, dedito a’ suoi piaceri, non lasciava anche di fare qualche volta alcun torto alla giovine sua moglie; col darsi ad altri amorucci, che, brillanti come quelle stelle che talora solcano il cielo principalmente nelle notti d’estate, come esse però appena accese declinavano finchè spente di sè più non lasciassero alcuna traccia. La sua complessione, fra tali disordini giovenili, si affievoliva: e il Moro con gioia vedea dei sintomi che sembravano annunciargli, che egli come fiamma troppo viva in breve avrebbe per mancanza di nutrimento cessato di esistere. Forse un tal pensiero in altri sorse, e concorse a persuadere che impunemente e senza pericolo di esserne accagionati poteasi al giovine principe propinare un lento veleno. Questo gli fu dato? non lo so: ma molti lo credettero; ed alcuni stimarono di averne rilevati i segni certi! Qual mano lo propinò? chi la spinse? supponendo il fatto vero, anche questo è un arcano: se ne incolpa il Moro; ma potrebbe anche esserne stata rea Beatrice sua moglie; e forse nessuno lo fu; ma bisogna convenire che, dal complesso de’ fatti, non si può dubitare, che entrambi non ne fossero capaci; a che non spinge una sfrenata ambizione!