Era il meriggio. Si destò, smarrito.
Guardò lontano le languenti forme,
la città, pigra dentro il sole enorme,
ed annuì come ad un noto invito.
Era come colui che ignaro move
nella notte fra sozzi ebbri digiuno,
e chiude gli occhi e di vegliar rifiuta.
«Ah non è qui la vita! Altrove, altrove!»
Laggiù, lontano, udì piangere alcuno?
E si rivolse verso l'ombra muta.
II.
L'albero si chinò sopra uno schianto
aperto nelle sue viscere stesse
quando i due rami giovinetti oppresse
il soffio della morte e un giacque infranto.
E attende, il padre. Con entrambi intanto
cammina: nei silenzî ode sommesse
voci. Nè guarda; come se temesse
fugare un'ombra che gli viene accanto.
E si desta al mattin con un singhiozzo
chiuso. Perchè? Non ritornò l'assente?
Pur scialbo è il sole e l'anima non paga.
Poi lo sorprende una tristezza vaga:
ed ei s'ascolta, come chi repente
sente il braccio doler che gli fu mozzo.