Eccolo sul pulpito nell’aula magna del Regio Ateneo. Gli sta davanti il tribunale dei professori. Alle prime obbiezioni, che fece alla sua tesi un dottore collegiato cominciando col mellifluo: Onorevole candidato! di prammatica, egli sentì una strana possanza; gli parve d’essere armato di un cannone rigato contra nemici armati di quegli schioppetti fanciulleschi, che lanciano chicchi di meliga. Infatti lo scibile umano si è allargato tanto, che un giovane laureando, toccato il fondo a tutto l’universo della biblioteca sopra un punto di scienza e ciò nei giorni prossimi alla laurea, ha molti vantaggi contro ai vecchi professori, la cui memoria può essere lontana dagli studi speciali su quel punto scientifico, ed è gala, se voga sulla superficie generale della scienza.
Dopo la prima risposta, egli credette di avere sfondato il tribunale dei suoi Minossi; e gli parve che gli altri onorevoli contraddittori divagassero innalzandosi come allodole, per non essere a tiro del suo cannone rigato.
Quando il Preside della Facoltà suonò il campanello e gli ruppe le parole in bocca con un basta! accompagnato da un sorridente cenno di approvazione, Egidio si trovò lì sulla bigoncia, mozzo, non sazio del suo combattimento, mentre tutta l’aula magna zittiva inorecchita, e dal secreto camerino dappresso si sentivano le pallottole dei voti discendere nel bossolo.
Rientrò il bidello con una curva di testa e un allargamento di braccia, che dicevano nella più untuosa unzione da San Grisostomo: Optime! Adprobatus! Il preside della Facoltà lesse una sentenza, con cui giudicava Egidio dottore in tre o quattro scienze. Egli, balbettate due o tre parole di ringraziamento, si trovò senza saperlo, nelle braccia e fra i baci dei suoi cari, dei suoi amici e persino di lontani conoscenti, genitori e genitrici di ragazze speronate da marito. In quelle strette uscì dall’aula così intontito, che si sarebbe dimenticato di dare la mancia al bidello e ai portieri, se questi coi loro strisciapiedi non gli avessero pestato un callo.
Sotto i portici fu mortificato di trovarsi col domenicale addosso in un giorno di lavoro, con la cravatta bianca, coi guanti bianchissimi, che gli pareva toccassero terra, mentre passavano tante casacche e tanti gianduja borghesi, che avviati alle loro faccende guardavano trasognati lui in quello stato. Gli pareva di essere un cane sapiente e gualdrappato seguitato dalla folla.
Entrato in un caffè con la comitiva, corse pericolo che un avventore gli comandasse un giornale, scambiandolo per un fattorino, a cagione di quelle maledette falde a coda di rondine.
Dopo il pranzo di gala, Egidio si svincolò dai suoi cari, dai suoi amici, dai lontani conoscenti, vecchi genitori e genitrici di speronate ragazze da marito, e spogliatosi della bardatura solenne volle girar solo per la città.
La sognata, la promessa, la biblica laurea non lo aveva soddisfatto quanto si era aspettato. Egli anzi si sentiva da meno di prima, perchè privo di quella aspettazione, che dianzi lo riempiva; e se la pigliava rabbiosamente col Governo, che gli aveva fatto consumare sì grande quantità di fosforo per dargli quello straccio di diploma, e poi per compenso dei suoi studi non gli dava nemmanco per giunta un sigaro dicendogli: va e fuma alla mia salute sotto i portici di Po.
Libero del basto della laurea, egli si aggirava leggero per le vie e fra la calca, come un monello, come un ladroncello, e sentiva una voglia acre di assaltare qualcheduno, di conquistare qualche cosa, che non sapeva nemmanco egli che cosa fosse.