Sofia era stata messa da piccina in uno dei più rinomati collegi della Germania. Ancora giovanissima, avea pianto la perdita di una pesca, di un orecchino e dei suoi cari sopra il petto spianato e crocifisso della madre superiora; aveva pianto lacrime di sangue, perchè negli ultimi giorni di carnevale le sue compagne ballavano fra loro nella foresteria, mentre suor Dorotea suonava la fisarmonica e suor Giolitta con il garbo di un sacco le guidava in danza; sì! le proterve osavano ballare, quando Gesù Cristo era morto in croce per la salvezza delle loro anime.

Aveva sofferto una terribile paura di avere offeso per sempre san Vincenzo, perchè un giorno le era capitato di bagnare un biscotto di più nel caffè e latte.

Poi a poco per volta le erano svanite le infantili morsicature e ubbie religiose. Si era acconciata a ballare con le compagne alla musica di suor Dorotea e colla guida di suor Giolitta. Aveva provato anch’essa le gioje profane dell’educandato, come a dire: la venuta mattutina del garzonetto della panetteria col corbello pieno di pane fresco, che mandava un alito caldo di appetito; le prime ciliege; il quaderno di calligrafia lussureggiante pel nastro di seta verdissimo, e splendido pei caratteri gotici e inglesi nell’azzurro più metallico; poi l’esame, lo straordinario esame, la cui aspettazione occupava l’intiero collegio da sette mesi, dovendo venire apposta per esso un monsignore da Roma; e poi la visita di un fratello di suor Giolitta, un ufficialetto di cavalleria, il luccichìo dei cui bottoni lampeggiò e lo strascichìo della cui sciabola echeggiò per due mesi nei cuoricini di tutte le educande.

Ma in certe meditazioni, nella strombatura di una finestra acuta, davanti l’uggia del tempo autunnale, in certe corse pel giardino, di primavera, in certe soste presso una siepe che odorava in piena fioritura, a certi frizzi e schiaffi di vento favonio, essa si sentiva vuota di tutte le dolcezze collegiali.

La opprimeva, la affogava una crudele malinconia: una ressa di pianti non lagrimati: un desiderio spietato di cose sconosciute. Allora avrebbe voluto su due piedi, buttar via la sua allegra vesticina da educanda: assumere sul petto la piatta stola di una monaca e sulla stola un crocione; tagliare le sue ciocche e accartocciare la testa tosata fra le cornette aleggianti della suora di Carità; domandava a sè stessa un androne di ospedale, una fuga lunghissima di letti con lamenti lunghissimi di infermi; ed essa su, in un attimo, atteggiata a santa, a martire da oleografia ideale, versare parole, preghiere, balsami fra quei tribolati...; insomma tutto un castello, un grandioso castello di tarocchi, che bastava un soffio a buttar giù. Infatti spuntavano a un tratto, spuntavano, pullulavano da ogni parte, a turbarle l’incanto delle sue visioni, e si mescolavano nella sua testolina piccole apparizioni di demoni da ospedale e da ambulanze, ufficialetti feriti e studenti vividissimi coi labrucci spruzzati di battetti neri. Allora Sofia scrollava la sua testolina e le sue fantasie, e correva a imbrancarsi scarica e folleggiante fra le compagne; a riappiccare il fulgore delle gioie collegiali, come a dire la merenda, i quaderni e tutta la geografia per l’esame; ed allora era persino capace di arrampicarsi come una pica sulle spalle della madre superiora.

***

Dopo quattro anni di prigione, Sofia uscì col piantoriso dell’educandato, e rientrò nel borgo natío, in casa della nonna. Col suo ingegno sottile e concettoso, essa comprese subito, che il collegio da lei lasciato era un mondo piccino, una vignetta da Giardino di devozione, mentre il vero mondo era di fuori, il mondo degli avvocati, che procuravano giustizia, dei medici che procuravano salute, dei terrieri che facevano fruttificare la terra, delle mammine, che educavano le figliuole e delle figliuole faccenti, che rassettavano la casa.

Un giorno la nonna disse a quel sennino: — Sofia, sai, domani sera voglio condurti a ballare....

— Con chi devo ballare?

— Oh bella! Si balla coi ballerini.