— Aspetta.... Tu devi ancora avere la proprietà di ciò che tua madre gode in usufrutto sulla eredità di tuo padre.... Vendi la quarta uxoria di tua madre.
— Sei un’aquila. —
Secondo il solito, il sostituito procuratore si incaricò egli stesso di trovare lo strozzino e il notajo dello strozzino.
Alle cinque di un pomeriggio invernale, nello studio del commendatore notajo Raffa, mentre la luce grigio-scura del giorno morente si allontanava, e la raggiera gialla di una lucerna si allargava nello spazio, dentro una mutezza strangolatrice, si sentiva saltellare ed intaccare lo scricchiolío di una penna. Si rogava il contratto, per cui Giuseppe Panezio vendeva il suo restante patrimonio usufruito dalla madre, del valore approssimativo di lire trentamila al signor Abraam Isacco X del fu Giacobbe, il quale, dopo essersi accertato della età legale del venditore, mediante la produzione della costui fede di nascita, gli concedeva in corrispettivo lire millecinquecento, di cui cinquecento in contanti, cinquecento che si dichiaravano ricevute prima del rogito e le altre cinquecento valutate in altrettanti effetti di merce, fra cui alcuni elmi di cavalleria di antico modello e la scrittura di un basso profondo, protestato da un teatro di provincia.
Mentre scricchiolava la penna del notajo, una ragazza bionda come una stella attraversò lo studio sulla punta dei piedi.
XXI.
Intascate le cinquecento lire, pagato profumatamente il notajo, e lasciati gli elmi ed il basso cantante a chi li voleva, senza dire ai nè bai a nessuno, egli bruciò gli alloggiamenti, piantando lo stuolo dei suoi amici patroni, i quali in generale si videro senza soverchio rammarico cessare a un tratto l’obbligo delle rispettive quotidiane contribuzioni al sostentamento del loro misero cliente.
Egli dilapidò quelle cinquecento lire proporzionatamente in fretta quasi come le altre, tanto per allontanare da sè un senso di maledizione materna; imperocchè ogni po’ un eco del freddo scricchiolío della penna del notajo lo faceva rabbrividire.
Di lì a pochi mesi, dopo essersi presentato inutilmente a cento usci, dopo essersi offerto agli uffici dei giornali, alla stenografia della Camera, alle fabbriche dell’acqua gazosa e del gaz combustibile, dopo aver giocato al lotto gli ultimi cavurrini, dopo di essere stato spinto dalla necessità fino sulla porta delle parrocchie e delle sacrestie e dopo avere inspirato a tutti un sentimento di ripulsione con la sua aria di un Satana morto di fame, egli si trovava una sera d’estate a Roma, seduto sopra un sasso, lungo uno stradone.
Si sentiva estenuato dal digiuno e rotolato giù agli ultimi scalini della degradazione sociale, e si diceva amaramente nella sua anima: — Possibile che nessuno voglia darmi da lavorare per vivere! Non domando molto io.... domando da mangiare per vivere.... E mi sento capace di fare qualsiasi cosa per guadagnarmi la pagnotta quotidiana, a cui ho diritto, Dio Santo! se non è bugiardo il Paternostro.... Farei anche il giornalista clericale o andrei anche ad ammazzare Bismark, se me lo comandassero!...